Dal sito del Corriere della Sera:
"Blue-ray"?
"Hard disck"?
Ma soprattutto: l'alta definizione, questa sconosciuta...
(L'articolo era qui. Ora hanno corretto.)
Dal sito del Corriere della Sera:
Scritto da
Christian
alle
20:24
2
commenti
Oggi, tornando a casa in bici, ho intravisto sulla fiancata di un autobus questo annuncio pubblicitario di eBay Italia. Il visual mostra due uomini in giacca e cravatta: uno che corre trafelato con una valigetta in mano, l'altro che pedala a tutta birra in bicicletta. Lo slogan dice: "Perché non compri un auto? Costa meno di quello che pensi!"
Sul momento mi sono venute molte risposte a quella domanda:
-Per il traffico impossibile un giorno sì e l'altro pure.
-Perché in bici risparmio tempo, e mi tengo pure in forma.
-Perché risparmio i soldi della benzina, del bollo, dell'assicurazione, ecc.
-Perché in bici non inquino.
-Perché non devo dannarmi l'anima due volte al giorno (o anche più) per cercare un parcheggio.
Il tutto sorvolando sul fatto che un'auto io ce l'ho già, soltanto che non la uso per gli spostamenti quotidiani in città ma solo quando mi serve davvero, ossia sulle lunghe distanze, se devo trasportare grossi carichi o altre persone, o per andare nei weekend alla Fogona.
Ma in fondo è inutile cercare di dare una risposta sensata a una domanda stupida di una pubblicità idiota, che dà per scontato che chi va in bici lo fa perché non ha i soldi per comprarsi una macchina: lo stesso luogo comune che spinge sindaci e assessori a non fare piste ciclabili a Milano (o a farle soltanto lungo le direttrici esterne, buone per le scampagnate domenicali ma non per facilitare chi deve andare a scuola e al lavoro); che porta a considerare ancora l'automobile come uno status symbol; e che invece di scoraggiarne l'uso in ogni modo ne incoraggia l'acquisto anche a chi non ne avrebbe bisogno.
Detesto le macchine, non si era capito?
E anche certe pubblicità.
Scritto da
Christian
alle
18:00
0
commenti
Etichette: Riflessioni
Ecco la copertina alternativa di Genndy Tartakovsky (il mitico creatore de "Il laboratorio di Dexter", nonché scrittore e regista de "Le Superchicche") per Invincible Iron Man Annual #1.
Scritto da
Christian
alle
18:21
0
commenti
Etichette: Fumetti
Leggendo i primi volumi della meravigliosa collana "Gli anni d'oro di Topolino" (che sta uscendo in allegato con il "Corriere della Sera" e sta ristampando tutte le strisce di Floyd Gottfredson), e in particolare la storia del 1939 "Topolino e Robinson Crusoe" (un'avventura non eccezionale ma di grande importanza filologica: è la prima in cui il topo passa dalle classiche iridi con il taglietto ai normali occhi con la pupilla che lo contraddistinguono ancora oggi), ho ripensato a una discussione avuta con alcuni amici con cui ho rivisto di recente (per loro era la prima volta) il capolavoro di Akira Kurosawa "Rashomon". In quel film il regista presenta allo spettatore diverse versioni di uno stesso fatto, narrate dai vari protagonisti, che si contraddicono fra loro. Il messaggio è che non esiste dunque una sola verità, visto che questa varia a seconda del narratore o dell'osservatore, proprio come nella meccanica quantistica!
Quando, nel "dibattito" seguito alla visione del film, ho sottolineato come le immagini di Kurosawa che illustrano le varie versioni siano decisamente "realistiche" e illusorie, lasciando credere allo spettatore che sia vero anche quello che non lo è, uno dei miei amici ha obiettato che, trattandosi di un film e dunque di un'opera di finzione, tutto quello che viene mostrato sullo schermo non è "vero" per definizione ma solo il prodotto della fantasia dello sceneggiatore. Ho cercato di spiegargli la differenza fra "vero" all'interno della narrazione (per esempio: nel mondo di "Guerre stellari", è vero che Darth Vader è il padre di Luke) e al di fuori (nel nostro mondo, non è vero che Darth Vader è il padre di Luke: i due, infatti, non esistono), ma senza troppo successo.
E veniamo a Topolino. La suddetta storia con Robinson Crusoe mi ha reso consapevole dei tre distinti livelli di "verità" presenti nelle storie di Gottfreddson. Il primo livello è quello degli esordi, delle strip iniziali di Disney/Iwerks e di tutte quelle prodotte nel primo biennio di Floyd (1930-1932), diciamo fino a "Topolino e Orazio nel castello incantato". Il personaggio era nato, com'è noto, nei cortometraggi animati nel 1928, ed era diventato subito una star: a Disney i fumetti non interessavano particolarmente, ma quando nel 1930 il King Features Syndicate (che distribuiva le strisce ai quotidiani) gli chiese di realizzare una strip giornaliera con Mickey Mouse, pensò che sarebbe stata una buona pubblicità per il personaggio e decise di accettare. Il Topolino che compare nelle prime strisce, dunque, è molto simile a quello degli shorts, e non si prende decisamente sul serio. Le sue avventure sono comiche e irrealistiche, e il lettore non dimentica mai che si tratta di un pupazzo disegnato: anche quando si trova in una situazione di pericolo, se precipita da un aereo o è minacciato da un animale feroce, manca la tensione che si proverebbe se si fosse convinti che si tratti di una situazione "vera": sensazione che trova conferma quando il personaggio si salva con una trovata comica che sfida le leggi della fisica o della logica, o addirittura con una battuta. In poche parole, non c'è "verità" in queste avventure, nemmeno all'interno del mondo in cui si svolgono, e chi le legge si diverte ma è sempre e continuamente consapevole che si tratta di una finzione, di un fumetto, che quel personaggio è un topolino antropomorfo disegnato da qualcuno.
Dal 1932 al 1938, per merito della maestria di Gottfredson (e degli sceneggiatori che collaboravano con lui, Ted Osborne e Merrill De Maris), tutto cambia. Le storie si fanno realistiche, l'avventura decolla, e di colpo Topolino non è più un topo disegnato ma un essere umano in carne e ossa, proprio come il Paperino di Barks non sarà un papero umanizzato ma un uomo come noi. Vedendo Topolino di fronte al pericolo, temiamo per lui, e tiriamo un sospiro di sollievo quando si salverà. Se minacciato, crediamo veramente che possa morire (e la morte stessa farà spesso capolino nelle sue storie). Insomma, le sue avventure seguono le stesse leggi del mondo reale. Che il personaggio abbia le orecchie e la coda è secondario, un fatto di nessuna importanza, proprio come non ha importanza che il Paperino o il Paperone di Barks o di Don Rosa abbiano il becco e le piume.
E poi, ecco "Topolino e Robinson Crusoe". La storia precedente, la magnifica "Topolino e la banda dei piombatori", si era segnalata per un livello eccezionale di realismo. Rimasto senza un soldo per il fallimento del mercato azionario, dove aveva investito tutto il suo denaro, Topolino aveva cercato invano un lavoro e aveva dovuto fare i conti con l'onda lunga della Grande Depressione. Quei momenti avevano ancora di più esaltato il livello di "credibilità" interno della strip. Ma all'inizio della nuova storia, c'è un elemento che fa crollare tutto il castello di carte e che di colpo espelle la "verità" dalle strisce del personaggio: Topolino riceve una telefonata da Walt Disney in persona (!) che gli chiede di recarsi agli studios perché c'è un nuovo film da girare (!). E l'avventura con Robinson Crusoe è proprio questo: un "film" in cui Mickey recita semplicemente una parte, come un attore. Durante la storia, dunque, non proveremo mai tensione: quando Topolino e Robinson vengono attaccati dai leoni o fatti prigionieri dai selvaggi, nella nostra testa risuonerà sempre la frase "è solo un film", che ci impedirà di pensare che quelle situazioni siano "vere". Certo, è buffo che invece non ci venga in mente "è solo un fumetto", ma in fondo è anche naturale: quella fase l'abbiamo già superata, come si è visto, sin dal 1932.
Insomma, concludiamo: nel corso della produzione di Gottfredson degli anni Trenta si attraversano tre livelli di verità. La prima, "è solo un fumetto" (1930-32), è quella cui si riferiva il mio amico: leggiamo le storie consapevoli che non si tratta che di una finzione. La seconda, "è tutto vero" (1932-38), è quella che domina ancora oggi nella maggior parte delle opere di narrativa, almeno di quelle fatte bene: ed è questa che Kurosawa, con il suo film, ha voluto frantumare: chi non se ne rende conto, non potrà apprezzare la grandezza di "Rashomon", che per la prima volta (anche se c'era già stato Pirandello, of course, e in certo senso anche Orson Welles con "Quarto potere") ha fatto capire che è possibile mostrare contemporaneamente più verità. La terza, "sembra vero ma non lo è" (1939), ne è la logica conseguenza, l'atteggiamento di un lettore/spettatore smaliziato: e l'unico modo per superarlo è quello di affidarsi alla "sospensione dell'incredulità", fingere cioè di credere a qualcosa che palesemente non è "vero". Per godersi "Topolino e Robinson Crusoe", bisogna fingere che non si tratti di un film interpretato da Topolino o almeno dimenticarsene fino ai titoli di coda.
Scritto da
Christian
alle
12:10
0
commenti
Come gli appassionati de "Le bizzarre avventure di JoJo" ben sanno, non esiste purtroppo una serie televisiva animata tratta da questo lunghissimo manga. Al massimo sono disponibili due serie di OAV (Original Anime Video, ovvero prodotti direttamente per il mercato dell'home video), rispettivamente di 6 e 7 episodi, che "coprono" soltanto alcune delle avventure della terza serie. Ma qualche appassionato ha pensato di rimediare, realizzando delle ipotetiche sigle dedicate alla quarta, quinta e sesta serie di "JoJo", scimmiottando quelle di altri celebri anime. Pur trattandosi di un lavoro artigianale (vanno un po' a scatti), sono assai divertenti. Purtroppo non sono riuscito a individuare il nome del loro autore. Comunque, eccole qui, nell'ordine:
La sigla della quarta serie, Diamond is Unbreakable (la mia preferita del manga, fra l'altro), è una parodia di Romantic ageruyo, la prima sigla di chiusura di "Dragonball", e vede lo spietato serial killer Yoshikage Kira prendere il posto che nell'originale era di Bulma!
La sigla della quinta serie, Golden Wind (Vento aureo), ambientata completamente in Italia, è un rifacimento di What's up, guys?, dinamica sigla di apertura dell'anime "Bakuretsu hunter".
La sigla della sesta serie, Stone Ocean, la prima con una protagonista femminile e ambientata quasi interamente in un carcere, si rifà infine a Zankoku na tenshi no teeze, la sigla di "Neon Genesis Evangelion".
Scritto da
Christian
alle
23:50
0
commenti
Etichette: Anime e manga, Musica
In Giappone ho mangiato benissimo: il cibo mi ha colpito per varietà, gusto e bontà. Ci sono ristorantini per tutte le tasche, molti dei quali specializzati in piatti particolari, ed è facile capire perché ai giapponesi piace così tanto mangiare fuori di casa. Nelle foto potete vedere, tra gli altri, yakisoba, ramen, okonomiyaki, tempura, nikuman, sushi, donburi, soba, un bento di carne di manzo, taiyaki, manzo di kobe, udon e gelato al tè verde, yudofu (tofu bollito), yakiniku (carne grigliata), e anche la mia torta di compleanno!
Tonkotsu udon | |
Ramen teishoku, subuta, tenshinhan | |
Nikuman | Tako no sunomono |
Roll katsu | |
Okonomiyaki | |
Tonkotsu ramen | Donabe tofu & gyoza |
Sushi mori | |
Kaisen donburi | |
Zaru udon & tenpura donburi | |
Yakizakana teishoku | |
Gyu bento | |
Ke-gani, taraba-gani, zuwai-gani | |
Pasta (in un ristorante italiano a Tokyo) | |
Taiyaki | Shina soba |
Kobe gyu (manzo di Kobe) | |
Matcha soba & azuki shiratama | |
Matcha soba | |
Shiratama-azuki-matcha ice cream | Uji-kintoki kakigori |
Yudofu | |
Goma dofu | |
Yakiniku | |
Torta di compleanno | |
Kaiseki gozen | |
Shikoku niku udon | |
Hiyashi udon | |
Negima yakitori | |
Sushi | Kuruma ebi furai maki |
Scritto da
Christian
alle
10:00
4
commenti
Dopo la collana dedicata a Carl Barks, uscita due anni fa in edicola, è da oggi in vendita (in abbinamento con il Corriere della Sera o con La Gazzetta dello Sport) "Gli anni d'oro di Topolino", un'iniziativa editoriale che per gli appassionati di fumetti è forse ancora più preziosa: la pubblicazione cronologica e integrale delle strisce di Mickey Mouse pubblicate sui quotidiani americani dal 1930 al 1975, ovvero l'opera completa di Floyd Gottfredson in una serie di volumi cartonati!
A differenza delle storie di Barks, infatti, quelle di Gottfredson non hanno mai goduto in nessuna parte del mondo (nemmeno negli Stati Uniti) di un'edizione organica e completa. In Italia la casa editrice Comic Art aveva provato a ristamparle integralmente, ma senza mai arrivare fino in fondo e cambiando più volte formato di stampa. Quest'edizione sarà dunque la prima al mondo a presentarle tutte, dalla prima all'ultima! Come per la collana di Barks, a dire il vero, si è preferito non cominciare la pubblicazione dall'inizio bensì dal momento in cui lo stile dell'autore raggiunge la piena maturità, forse per non spaventare lettori poco avvezzi al materiale troppo datato. Il primo volume, dunque, è dedicato alla produzione del 1936/37 (con due storie, "L'uomo nuvola" e "Il gorilla spettro"): le annate precedenti saranno recuperate in seguito. Le storie sono state colorate (forse l'unico difetto di questa edizione: in originale erano in bianco e nero, ma anche la Mondadori le aveva colorate in passato per presentarle su "Topolino" o sui volumi strenna giganti) e ritradotte (ero affezionato alla vecchia traduzione d'epoca, ma questa è sicuramente più fedele all'originale). Ogni volume (in totale saranno 38, in formato orizzontale) può contare sull'apparato critico di Luca Boschi, Alberto Becattini e Lidia Cannatella.
Da notare che oltre alle strisce giornaliere (che nei quotidiani apparivano dal lunedì al sabato) vengono pubblicate anche le tavole domenicali, che spesso non erano opera di Gottfredson ma di altri cartoonist (comunque bravi, come Manuel Gonzales). E saranno inoltre presentate integralmente anche tutte le strisce del lungo periodo 1955-1975, quando Gottfredson fu costretto da ordini dall'alto a rinunciare alle storie "a continuazione" per dedicarsi solamente a gag autoconclusive, mettendo di fatto fine all'epoca d'oro "avventurosa" del topo (per fortuna, a prendere il suo testimone, ci furono grandi autori italiani come Romano Scarpa).
Floyd Gottfredson (1905-1986), per chi non lo sapesse, è una vera leggenda vivente. Assunto alla Disney nel 1929 come apprendista animatore, con il ruolo di intercalatore (uno dei compiti più "in basso" nella filiera della produzione dei cartoni animati), venne incaricato da Disney in persona di disegnare le strisce di Topolino da pubblicare sui quotidiani, essenzialmente perché nessun altro voleva farlo. Mickey Mouse, nato nel 1928, era infatti diventato una celebrità grazie ai cartoni animati, e il King Features Syndicate, che distribuiva le strisce ai quotidiani, aveva chiesto a Disney di produrre anche una comic strip a scopi puramente promozionali. Ma nè Disney né i suoi collaboratori erano particolarmente interessati ai fumetti e così – dopo qualche mese (la striscia di Topolino era cominciata nel gennaio 1930) in cui le storie erano state realizzate da Disney stesso, Ub Iwerks e Win Smith – l'incarico venne affidato "in via temporanea" all'ultimo arrivato, cioè al giovane Floyd, con la promessa che al più presto sarebbe stato assunto un disegnatore professionista e che Gottfredson avrebbe potuto dunque tornare a lavorare ai cartoni animati. Invece Floyd rimase a disegnare la striscia per ben 45 anni, dal 5 maggio 1930 al 15 novembre 1975, quando finalmente se ne andò in pensione!
In quanto impiegato della Disney, non gli era permesso firmare i suoi lavori (tutti i fumetti, all'epoca, recavano la firma in calce "Walt Disney", come se l'autore fosse il grande capo). Solo a metà degli anni sessanta la sua vera identità cominciò a circolare fra gli appassionati, spiazzando fra l'altro coloro (come Alfredo Castelli, che lo aveva ribattezzato Al Levin) che credevano che l'autore delle strisce d'anteguerra fosse una persona diversa da quello del dopoguerra (lo stile di Gottfredson, infatti, cambierà parecchio col tempo).
Nell'arco dei 45 anni della sua carriera, da solo o con l'aiuto di validissimi collaboratori (come gli sceneggiatori Bill Walsh, Ted Osborne e Merrill De Maris o gli inchiostratori Ted Thwaites, Bill Wright e Dick Moores) Gottfredson ha realizzato centinaia di storie-capolavoro che per l'universo di Topolino hanno la stessa importanza di quelle di Barks per il mondo dei paperi. Oltre a fornire una personalità e uno spessore psicologico in precedenza sconosciuto a personaggi dei cartoni animati come Topolino, Minnie, Pippo o Gambadilegno, Floyd e i suoi colleghi hanno anche creato characters come Basettoni, Manetta, Macchia Nera, Eta Beta, il dottor Enigm, Giuseppe Tubi e molti altri. Le avventure di Topolino hanno attraversato oltre quarant'anni di storia e di costume, trasformandosi con il tempo e attraversando diverse fasi e diversi generi (avventura, noir, horror, commedia). Nel complesso, costituiscono un "corpus" di indiscutibile valore non solo nel campo del fumetto ma anche in quello della letteratura e della cultura del ventesimo secolo tout court, di cui Topolino è stato uno dei protagonisti assoluti.
Per chi volesse approfondire l'argomento, segnalo alcuni saggi imperdibili:
- Antonio Faeti, In trappola col topo. Una lettura di Mickey Mouse. Einaudi 1986, 290 pagine.
- Leonardo Gori e Francesco Stajano, Il grande Floyd Gottfredson: una vita con Topolino. Comic Art 1998, 144 pagine.
- Alberto Becattini, Floyd & Mickey. Gottfredson, Disney e Topolino: mezzo secolo di umorismo e avventura. Comic Art 1998, 192 pagine.
Scritto da
Christian
alle
11:40
2
commenti
Etichette: Fumetti
