sabato 24 settembre 2011

Usciamo dal tunnel


L'annuncio, da parte dei ricercatori del CERN (l'organizzazione europea per la ricerca nucleare), che alcuni neutrini "sparati" dal Super Proton Synchtroton svizzero verso il laboratorio del Gran Sasso nell'ambito dell'esperimento OPERA avrebbero coperto la distanza di 730 chilometri viaggiando a una velocità superiore a quella della luce (per la precisione con un anticipo di 60 nanosecondi – cioè miliardesimi di secondo – rispetto ai 2,4 millisecondi previsti, ovvero con una velocità superiore dello 0,002% a quella della luce; l'incertezza sulla misura sarebbe invece intorno ai 15 nanosecondi) ha scatenato da un lato l'entusiasmo dei titolisti dei quotidiani (che si sono accaniti in particolare sul povero Einstein) e dall'altro la cautela degli stessi scienziati, che dopo aver verificato più volte i risultati e apparentemente escluso errori di misura, hanno invitato i colleghi di tutto il mondo a ripetere l'esperimento per confermare la stupefacente scoperta, che in effetti – se fosse vera – è destinata a rivoluzionare gran parte della fisica moderna. Personalmente, come gli scienziati (alcuni dei ricercatori del CERN hanno addirittura rifiutato di firmare l'annuncio dei risultati perché li ritengono ancora preliminari) e a differenza dei giornalisti, sono un po' scettico e aspetterei conferme indipendenti prima di buttare a mare la teoria della relatività, ma il bello della scienza è che è sempre in grado di migliorarsi e di smentire sé stessa, cosa che non sembrano capaci di fare né il giornalismo né soprattutto la politica.

Il ministro italiano dell'istruzione e della ricerca, Mariastella Gelmini, si è infatti affrettata a diramare un comunicato nel quale, oltre naturalmente a non mancare di prendersi parte del merito della scoperta e a metterla subito sul piano economico, dimostra di non aver capito bene di cosa si sta parlando, visto che contiene una perla destinata a rimanere negli annali della comunicazione scientifica:

Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca
Ufficio Stampa

Roma, 23 settembre 2011

Dichiarazione del ministro Mariastella Gelmini
"La scoperta del Cern di Ginevra e dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare è un avvenimento scientifico di fondamentale importanza."

Rivolgo il mio plauso e le mie più sentite congratulazioni agli autori di un esperimento storico. Sono profondamente grata a tutti i ricercatori italiani che hanno contribuito a questo evento che cambierà il volto della fisica moderna.
Il superamento della velocità della luce è una vittoria epocale per la ricerca scientifica di tutto il mondo.

Alla costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l'esperimento, l'Italia ha contribuito con uno stanziamento oggi stimabile intorno ai 45 milioni di euro.

Inoltre, oggi l'Italia sostiene il Cern con assoluta convinzione, con un contributo di oltre 80 milioni di euro l'anno e gli eventi che stiamo vivendo ci confermano che si tratta di una scelta giusta e lungimirante.


Il celebre tunnel fra il CERN e il Gran Sasso.

martedì 13 settembre 2011

Kafka sulla spiaggia

Di Haruki Murakami (uno dei favoriti, almeno secondo le agenzie che accettano scommesse, per la vittoria del premio Nobel per la letteratura di quest'anno) avevo finora letto con piacere il romantico "Tokyo Blues" (noto anche con il titolo originale, "Norwegian Wood") e il surreale "Dance dance dance". Questo "Kafka sulla spiaggia", romanzo che – fra le altre cose – ha vinto nel 2006 il prestigioso World Fantasy Award, mi è forse piaciuto anche più dei precedenti. C'è chi lo ha definito un thriller metafisico e postmoderno, nel filone del "realismo magico": un affascinante doppio racconto di esplorazione, crescita e conoscenza di sé stessi, sospeso fra sogno e realtà, nel quale il lettore è condotto attraverso due diverse storie (una si dipana nei capitoli pari, l'altra nei capitoli dispari) che scorrono parallele per lungo tempo prima di incontrarsi, o meglio sovrapporsi, a modo loro. Nella prima seguiamo "Kafka" Tamura, quindicenne scappato di casa per sfuggire a una terribile profezia che rievoca quella di Edipo; nella seconda i riflettori sono puntati su Nakata, un bizzarro vecchietto che ha perso gran parte delle proprie facoltà mentali dopo essere rimasto vittima di uno strano incidente quando era bambino, durante la seconda guerra mondiale, acquisendo in cambio la capacità di parlare con i gatti. Entrambi i personaggi raggiungeranno da Tokyo la città di Takamatsu (nello Shikoku, la più piccola delle quattro isole maggiori dell'arcipelago nipponico), dove si trova una piccola biblioteca privata gestita dalla sfuggente signora Saeki. Qui si svolgerà lo scontro finale con forze misteriose "al di là del bene e del male". L'eccezionale stile narrativo di Murakami evoca atmosfere al tempo stesso reali e oniriche, e crea un mondo dove le risposte hanno forse meno importanza delle domande. Ma lo sforzo del lettore nel comprendere e interpretare le vicende che vengono narrate non è mai frustrato, semmai stimolato dall'accumulo di simboli, presagi e sogni che si fondono in maniera originale e convincente con la realtà concreta e palpabile. Grandiosi anche i personaggi di contorno, ottimamente caratterizzati, fra i quali spiccano l'ambiguo bibliotecario Oshima e il simpaticissimo camionista Hoshino. Come al solito con i lavori di Murakami, il romanzo è ricco di riferimenti letterari (a partire dal titolo!), musicali, cinematografici, o semplicemente culturali (basti pensare all'aspetto e al nome – Johnnie Walker, colonnello Sanders – che assumono i "concetti" psichici, buoni e cattivi, con cui i personaggi hanno a che fare).

venerdì 9 settembre 2011

La voce del padrone

Scritto da Stanislaw Lem (l'autore di "Solaris") nel 1968, e dunque in piena Guerra Fredda, questo atipico romanzo di fantascienza risulta ancora estremamente attuale, visto che temi quali le ingerenze dello stato e della politica nella scienza e nella ricerca (con la pretesa di ottenere sempre e comunque risultati e applicazioni da sfruttare a fini bellici o economici) sono oggi più forti che mai. Lo spunto di partenza sembra anticipare quello di un film che uscirà trent'anni dopo, "Contact" di Robert Zemeckis: alcuni astrofisici americani captano un misterioso segnale (neutrinico!) proveniente dallo spazio profondo, la cui struttura a ripetizione lascia intendere che possa essere stato inviato da una civiltà aliena. Radunati dal governo degli Stati Uniti e rinchiusi in una gigantesca base militare top secret, nel bel mezzo del deserto del Nevada, scienziati di ogni branca e di ogni disciplina si arrovellano nel tentativo di decifrare il "messaggio proveniente dalle stelle", di cui si ignora scopo e contenuto. Fra mille speculazioni, false piste, risultati parziali ed effimeri successi, ben presto sorgono innumerevoli questioni scientifiche, filosofiche, morali e intellettuali, il tutto mentre i ricercatori devono fronteggiare le sempre più forti pressioni politiche e militari che provengono dal mondo esterno, ma anche la propria hubris, le rivalità personali e interdisciplinari, la comprensione delle radici stesse della nostra civiltà. Nonostante la tanta carne al fuoco, la lettura scorre agile e veloce. La vicenda è raccontata in prima persona da uno degli scienziati protagonisti. Come capita spesso con i lavori di Lem, l'azione è più "mentale" che fisica, e i complessi ragionamenti e le vertiginose discussioni filosofiche o scientifiche tengono desta l'attenzione del lettore dall'inizio alla fine.

domenica 26 giugno 2011

Cannes Lions 2011

Sono stato per una settimana ai Cannes Lions, ovvero a quello che fino all'anno scorso era il Festival dell'Advertising e della Comunicazione, e che da quest'anno è stato ribattezzato Festival Internazionale della Creatività. Si tiene tradizionalmente qualche settimana dopo il Festival del Cinema ed è l'evento più importante per chi lavora nel campo pubblicitario: attira persone da tutto il mondo, che rendono ancora più internazionale l'atmosfera di una città già di per sé ricca e cosmopolita. Non ci ero mai stato, e ora ho avuto il piacere di alloggiare in un appartamento di tre stanze quasi sulla Croisette. Sono stati sette giorni (spesati e retribuiti) passati a seguire incontri e seminari organizzati dalle principali agenzie di pubblicità del mondo, con ospiti di prestigio e aggiornamenti sulle più recenti tendenze nel campo della tecnologia e della comunicazione, senza dimenticare il concorso per i migliori spot, annunci e campagne pubblicitarie, dove ho potuto toccare con mano quanto sia scarsa la produzione italiana (per originalità, coraggio, ironia e inventiva) rispetto a quella delle altre nazioni, soprattutto dei paesi in via di sviluppo.


Ed eccomi nella sala stampa.
Fra i seminari spiccavano quelli che ospitavano personaggi del calibro di Robert Redford e Patti Smith. C'è stata anche la proiezione di un film di Park Chan-wook ("Night fishing") girato interamente con l'Apple iPhone 4.

Ho mangiato pesce e crêpes... E non potevano mancare le ostriche!

Gran finale con il galà di chiusura sulla spiaggia del Carlton Hotel, con tanto di fuochi artificiali!

mercoledì 8 giugno 2011

Terrence Malick al contrario

Imperdibile questa segnalazione di Paolo Mereghetti, pubblicata oggi sul "Corriere della Sera". Dice molte più cose sul film in oggetto di quanto non possano fare le critiche e le satire.

Se nessuno si accorge che il film di Malick è proiettato al contrario

Sarebbe piaciuto ai surrealisti quello che è successo a Bologna al cinema Lumière. Loro che teorizzavano una visione "personalissima" del cinema e pensavano che l'ideale fosse entrare e uscire dalla sala per non farsi condizionare dalla storia che veniva raccontata sullo schermo o, in mancanza di meglio, suggerivano di schiacciare un pisolino per confondere sogni e visioni, loro avrebbero applaudito all'errore che per nove giorni ha trasformato il film di Terrence Malick "The Tree of Life" in un'altra cosa. In un altro film. Perché per tutti quei giorni le prime due bobine sono state viste nell'ordine sbagliato: prima la seconda e poi la prima. Errori che possono succedere soprattutto se il film arriva dal distributore nazionale con lo "scambio" incorporato: nella custodia col numero uno c'era la seconda parte e viceversa. Ma errori che di solito si correggono dopo la prima proiezione o addirittura in corsa, durante lo spettacolo. E invece a Bologna sono andati avanti per nove giorni così, senza che nessuno si lamentasse. Forza delle suggestioni arrivate da Cannes probabilmente, dove il film di Malick ha vinto la Palma d'Oro ma è stato descritto come un film insolito, visionario, antinarrativo. Per qualcuno addirittura "confuso" e "delirante". E il pubblico del Lumière, che è abituato alle proposte più estreme, ha accettato in silenzio quello che passava sullo schermo. Anche se la citazione dal
Libro di Giobbe non era più all'inizio del film ma dopo venti minuti. Anche se il logo del distributore non stava più in testa al film. Da Malick ci si poteva aspettare di tutto. In fondo anche Sean Penn non si era presentato alla conferenza stampa perché insoddisfatto – si dice – del montaggio definitivo. Forse aveva visto anche lui la versione proiettata a Bologna.
Qui, sull'edizione bolognese del "Corriere", c'è la notizia con maggiori particolari.

sabato 7 maggio 2011

Serie A 2010/11

lunedì 21 marzo 2011

Un flauto magico (Piccolo 2011)

È un "Flauto magico" molto minimalista, quello messo in scena da Peter Brook al Piccolo Teatro Strehler di Milano: al posto dell'orchestra, solo un pianoforte; il libretto ridotto alla sua essenzialità, con molti ruoli di contorno tagliati (non ci sono le tre damigelle, né i tre ragazzi, e nemmeno il coro); sul palco, una scenografia semplicissima, composta da una ventina di canne di bambù mobili che possono rappresentare, di volta in volta, la prigione in cui è rinchiusa Pamina o le porte del tempio della saggezza; costumi anch'essi molto semplici (niente penne e piume per Papageno, abiti principeschi per Tamino, o vistose tuniche per Sarastro); l'assenza totale di simboli massonici o piramidi, che contestualizzano ma anche appesantiscono l'ambientazione, qui restituita a una dimensione fiabesca "senza tempo": potrebbe svolgersi in ogni luogo e in ogni epoca; un bi-(e tri-)linguismo che svolge la stessa funzione di rendere universale la vicenda (i brani cantati restano, fortunatamente, in tedesco; ma i recitativi, tra l'altro assai più spigliati, sono in francese, con qualche parola in italiano); l'aggiunta di due personaggi che fungono da "spiriti", o anche da kuroko (gli assistenti di scena del teatro giapponese, coloro che spostano gli oggetti sul palco), e ricoprono tutti i ruoli minori (i sacerdoti, gli armigeri, gli schiavi, gli animali, e così via).

Insomma, l'intento di Brook è quello di togliere la pesantezza e tutti gli orpelli che oltre duecento anni di storia hanno depositato sull'opera e di ritornare – complice la musica di Mozart, la cui efficacia sta anche nella semplicità* – agli elementi basici di questo capolavoro, che già quando fu scritto si poneva in contrapposizione con la pomposità dell'opera seria italiana e rappresentava una forma di teatro popolare, "da camera" (il Singspiel). Il regista britannico lo aveva già fatto con il suo "Don Giovanni", ma stavolta compie un passo ancora più in avanti: allora, infatti, aveva rappresentato l'opera integralmente; stavolta la prende, la sfronda, la rimodella e ne fa qualcosa di nuovo (non a caso il titolo dell'allestimento è "Un flauto magico", con l'articolo indeterminativo), in grado di emozionare come se fosse stata scritta oggi.

Ottimi gli interpreti, con qualche riserva per alcuni cantanti che – forse per adeguarsi allo spirito minimalista di Brook – sfoggiano una voce sì intonata ma un po' flebile, probabilmente poco udibile dagli spettatori seduti più lontano. Stando in terza fila, per fortuna, mi sono goduto appieno anche la loro interpretazione. Il pubblico (con la presenza di molti giovani) ha apprezzato, riservando naturalmente i maggiori applausi al personaggio che da sempre catalizza di più le simpatie, ovvero Papageno. Da notare l'inserimento di un'aria per Papagena non presente nell'opera originale (è un Lied dello stesso Mozart).



* A proposito dell'apparente semplicità della musica di Mozart, A.C. Douglas (critico musicale con una predilezione per Wagner), scrive nel suo blog Sounds & Fury:

If one glances at — and we do mean merely glances at, not study — a few pages of a Wagner score of any of the mature works, one is not in the least surprised that the music sounds as it does. If, however, one does the same with the score of a mature Mozart opera, one cannot help but be surprised that the music sounds as it does. We mean, the notation on those pages looks almost childlike-simple, and a mere glance leads one to expect music that sounds not much more profound or affecting than, say, a first-year-harmony student's orchestration of "Jingle Bells" or some other such trivial stuff. And when that childlike-simple-looking notation produces music as sublime and transcendent as, say, "Dove sono" or "Contessa perdono" one is not merely surprised but astonished and fully ready to believe that, indeed, Mozart was — had to be — nothing less than God's very amanuensis.
Tradotto in italiano:
Se si guardano – e intendo solo guardare, non studiare – le pagine della partitura di una qualsiasi delle opere mature di Wagner, non ci si stupisce per nulla che la musica suoni in quel modo. Se però si fa lo stesso con la partitura di un'opera matura di Mozart, non si può che rimanere sorpresi della musica che ne esce. In altre parole, la notazione su quelle pagine sembra così semplice e infantile che a un semplice sguardo ci si aspetterebbe musica non più profonda o commovente di, diciamo, un'orchestrazione di "Jingle Bells" composta da uno studente di armonia del primo anno, o roba triviale di questo tipo. E quando quella partitura così semplice produce musica sublime e trascendente come, per esempio, "Dove sono" o "Contessa, perdono", non si rimane semplicemente sorpresi ma stupefatti, e si crede fermamente che Mozart sia stato – deve esserlo stato! – niente di meno che l'amanuense personale di Dio.

venerdì 18 marzo 2011

La situazione in Giappone

Per chi volesse sapere qual è la situazione attuale in Giappone, dopo il terremoto, lo tsunami e i danni alla centrale nucleare di Fukushima, consiglio la lettura del blog del mio amico Ernesto, che vive in Giappone da molti anni, e in particolare di questo post, dal quale si ha la conferma dell'assoluta inaffidabilità dei giornalisti italiani, buoni solo a cavalcare le paure e le emozioni dell'opinione pubblica.

A Tokyo, per dirne una, la radioattività (nonostante l'emergenza di Fukushima) è inferiore a quella naturale di Roma! E in ogni caso, anche nei pressi della centrale, siamo a livelli notevolmente più bassi a quelli che una persona normale riceverebbe durante una TAC. Tutto questo non per negare che sia comunque in atto un'emergenza, ma per far capire che sarebbe bene non fidarsi ciecamente dei toni catastrofisti e sensazionalisti dei media (vi ricordate i casi dell'influenza aviaria o del buco nero al CERN?).

lunedì 14 marzo 2011

You will smile again, Japan!

Mi associo alla solidarietà verso tutti coloro che vivono in Giappone, paese colpito da un devastante terremoto (e soprattutto dal conseguente tsunami: è questo che ha fatto i maggiori danni), ripubblicando questo bel banner (proviene da qui) impreziosito dal sorriso di Setsuko Hara, protagonista del film "Tarda primavera" di Yasujiro Ozu.

sabato 1 gennaio 2011

Il 2010 al cinema

È stato un buon anno per il cinema in sala, apertosi con l'incredibile successo commerciale di "Avatar" (anche se come contenuti è stato un po' una delusione) che lasciava presagire una sempre maggior diffusione del 3D che poi invece, fortunatamente, non c'è stata. Complice anche la qualità non eccelsa delle pellicole in tre dimensioni che sono state offerte al pubblico, nella seconda metà dell'anno questo tipo di prodotti è sembrato cedere il passo: persino un kolossal come la prima parte di "Harry Potter e i doni della morte", inizialmente annunciato in pompa magna in tre dimensioni, è poi uscito nelle sale in "semplice" 2D. Il 3D sembra funzionare davvero soltanto nel cinema d'animazione, e non a caso il miglior film dell'anno di questo tipo è stato come sempre un cartone animato, "Toy Story 3" della Pixar. Quando al resto, la mia personale palma di miglior film visto al cinema nel 2010 va ad "Agorà" di Alejandro Amenábar. Ma non sono mancati altri titoli di notevole interesse, a cominciare dagli ultimi lavori di due maestri quali Martin Scorsese ("Shutter Island") e Roman Polanski ("L'uomo nell'ombra"), senza dimenticare (con qualche riserva, in attesa di ulteriori visioni) "Inception" di Christopher Nolan. Per quanto riguarda i Festival, le due maggiori kermesse del settore hanno avuto sviluppi diversi ma conclusioni simili, con i maggiori premi andati a film insoddisfacenti. Disastroso Cannes, che ha offerto poco o nulla di buono; ottima Venezia, dove si sono visti molti titoli interessanti (su tutti "Post Mortem" di Pablo Larraìn, ma anche "Potiche" di François Ozon, "13 assassins" di Takashi Miike, "Surviving life" di Jan Švankmajer, e altro ancora). Eppure, come dicevo, in entrambi i casi le giurie hanno premiato film deludenti come "Lo zio Bonmee che si ricorda le sue vite precedenti" di Apichatpong Weerasethakul e "Somewhere" di Sofia Coppola. Nel frattempo la presenza di cinema asiatico nelle sale italiane si fa sempre più scarsa: si è comunque visto il buon "Departures" di Yojiro Takita, vincitore nel 2008 dell'Oscar per il miglior film straniero (nel 2009 lo stesso premio è stato vinto dall'argentino "Il segreto dei suoi occhi", interessante ma non alla stessa altezza). Quanto al cinema italiano, è stata un'annata fiacca: la pellicola migliore si è rivelata il sorprendente documentario "Le quattro volte" di Michelangelo Frammartino. Il film peggiore dell'anno, invece, è stato senza alcun dubbio l'insopportabile "Bright star" di Jane Campion.

mercoledì 29 dicembre 2010

Destino

Uno dei "pezzi forti" della recente mostra su Salvador Dalì tenutasi a Palazzo Reale a Milano consisteva nella proiezione di un cortometraggio animato di cui pochi conoscevano l'esistenza: è il frutto della collaborazione fra Dalì e Walt Disney, iniziata nel 1946 e poi interrotta per problemi economici prima che il progetto venisse portato a conclusione. Dalì disegnò centinaia di bozzetti per il cortometraggio che, in seguito, è stato portato a termine dagli animatori disneyani soltanto dopo il 1999 (sfruttando anche la computer grafica, non certo disponibile negli anni quaranta, per rendere "tangibili" le visioni paranoico-creative dell'artista spagnolo).

Che due "sognatori" come Dalì e Disney, per quanto attivi in campi così apparentemente diversi (l'arte "colta" il primo, quella "di massa" il secondo), si siano incontrati e abbiano deciso di collaborare, non deve in realtà essere fonte di stupore. La grandezza di entrambi consentiva facilmente loro di superare le barriere che dividevano i rispettivi settori d'appartenenza: Dalì aveva già frequentato il mondo del cinema (aveva lavorato con Luis Buñuel ne "Un chien andalou" e "L'âge d'or", ma anche con Alfred Hitchcock in "Io ti salverò"), mentre Disney amava coinvolgere artisti contemporanei nelle proprie opere (si pensi a "Fantasia", ma anche a numerose "Silly Symphonies").

Il cortometraggio, sulle note della ballata messicana "Destino" di Antonio Dominguez (interpretata dalla cantante Dora Luz), racconta quella che potrebbe essere la storia di un'altra delle tante "principesse" disneyane, almeno dal punto di vista iconografico. Ma il paesaggio in cui la ragazza si muove è quello della piana di Ampurdán, nella cittadina di Figueres, lo stesso che fa da sfondo a tante opere di Dalì, di cui ripropone simboli, immagini e ossessione: la torre di Babele, il campanile, gli obelischi, le forme cangianti. È incredibile come il breve filmato renda giustizia in maniera così evidente a entrambi i suoi ideatori, senza snaturare la visione artistica né dell'uno né dell'altro. Vi si può riconoscere sia il surrealismo daliniano che quello disneyano.

Un libro di Francesca Adamo e Caterina Pennestrì, "Il destino di un incontro" (ed. Mimesis), ripercorre la storia di questo incredibile progetto, il cui risultato è stato presentato in anteprima al Festival dell'Animazione di Annecy nel 2003 ma non è mai (a quanto mi risulta) stato messo in commercio. Per fortuna è possibile guardarlo su YouTube.


giovedì 23 dicembre 2010

Cerebus: Alta società

Con la pubblicazione in italiano del volume "Alta società", che segue di pochi mesi le edizioni in francese e in spagnolo (dopo che per anni l'autore aveva sempre rifiutato di far tradurre il suo lavoro in altre lingue), arriva finalmente nel nostro paese uno dei fumetti più importanti e controversi del panorama indipendente americano del secolo scorso. "Cerebus" – tanto il personaggio quanto la sua storia editoriale – merita infatti un posto di rilievo in una biblioteca ideale della nona arte per le sue caratteristiche uniche e (in tutti i sensi) eccezionali.

Nato nel 1977 come semplice parodia delle storie fantasy di Conan il Barbaro (e in particolare di quelle disegnate da Barry Windsor-Smith, che allora andavano per la maggiore), ma trasformatosi nel giro di pochi mesi in qualcosa di ben più complesso e profondo, il personaggio creato dal canadese Dave Sim è un buffo animale antropomorfo – per la precisione un oritteropo (aardwark) – che vive le sue avventure in un mondo fantasy/medievale diviso fra città-stato e dittature religiose. Dopo un paio d'anni di pubblicazione, mentre era ricoverato in ospedale per un'intossicazione da LSD, Sim decise che avrebbe continuato a realizzare il suo fumetto per trecento albi consecutivi, raccontando tutta la vita del personaggio fino alla sua morte, una cosa che nessuno aveva mai tentato prima. A differenza che in Giappone o in altri paesi, infatti, in America è raro che un singolo autore rimanga alle redini di una collana per lungo tempo, anche se autoprodotta. In più, si pensi che "Cerebus" era un fumetto indipendente, la cui sopravvivenza era difficile in un mercato, quello dei comic book statunitensi, dominato dalle testate supereroistiche delle due grandi major (la Marvel e la DC Comics), che potevano contare su risorse economiche, distributive e pubblicitarie ben superiori. Con ostinazione e tenacia, Sim ha continuato a scrivere e a disegnare l'albo fra alti e bassi per venticinque anni, diventando nel contempo un paladino dell'autopubblicazione e conquistandosi una popolarità sempre maggiore fra gli addetti ai lavori (lo dimostra per esempio il fatto che nel 1993 fu uno dei quattro autori scelti da Todd McFarlane per scrivere i testi di un episodio del suo popolarissimo "Spawn": gli altri tre erano Frank Miller, Alan Moore e Neil Gaiman, e questo la dice lunga sulla considerazione di cui Sim godeva all'epoca!).

Inizialmente dominate dall'umorismo e da frequenti parodie a tutto campo, le vicende di Cerebus si fanno via via più serie, complesse e adulte. I temi trattati arrivano a comprendere l'economia, la politica, la cultura, la religione e il rapporto fra i sessi, al cui riguardo l'autore non esita a esprimere idee radicali e spesso controverse (perlopiù in chiave antifemminista). Rimangono invece costanti i continui riferimenti cinematografici e letterari (dai fratelli Marx a Oscar Wilde, da Woody Allen a Ernest Hemingway), così come – di pari passo con la sofisticazione del linguaggio, che fa ricorso a slang e dialetti di ogni tipo – cresce ininterrottamente la qualità artistica delle tavole (Sim è uno dei primi disegnatori a giocare con il layout delle pagine, capovolgendo o inclinando le vignette, o sfruttando i balloon e persino il lettering per far progredire la narrazione; da un certo punto in poi viene coadiuvato da un assistente, Gerhard, che realizza gli sfondi con un meraviglioso tratteggio). Nella parte finale della serie, dopo essere passato attraverso una personale conversione religiosa (in precedenza era ateo), Sim si lancia in lunghe e contorte dissertazioni teologiche e filosofiche, spesso sacrificando i disegni in favore di pagine e pagine di solo testo, alienandosi gran parte della simpatia di un pubblico che non sembra più disposto a seguirlo. Ma in un modo o nell'altro, riesce ad arrivare al traguardo che si era prefissato: nel 2004 viene pubblicato il numero 300 di "Cerebus", quello in cui il personaggio – ormai invecchiato – muore, il coronamento di un'impresa la cui fruizione comincia adesso a essere possibile anche per i lettori di lingua italiana.

"Alta società", a dire il vero, cronologicamente non è il primo ma il secondo dei volumi che raccolgono tutte le storie dell'oritteropo: ristampa infatti gli albi dal 26 al 50. Anche negli Stati Uniti, comunque, questo è stato il primo arco di storie a essere pubblicato in un volume unico, in quanto si tratta di un'unica vicenda e – secondo Sim – presenta per la prima volta le caratteristiche del Cerebus "maturo". Personalmente non sono d'accordo con questa scelta: se è vero che i toni e soprattutto i disegni delle prime storie sono ancora leggerini e acerbi, è anche vero che la qualità cresce rapidamente nel giro di poche pagine e, soprattutto, che le prime avventure sono fondamentali per comprendere l'evoluzione del personaggio e per introdurre numerosi elementi – compresi alcuni comprimari fondamentali – che verranno successivamente recuperati in maniera sistematica. "Altà società" è perfettamente godibile anche a sé stante, ma leggerlo dopo il primo volume, "Cerebus", sarebbe stato senz'altro meglio.

L'intera serie di 300 albi, per un totale di 6000 pagine, è stata raccolta in inglese in 16 volumi. Speriamo che l'edizione italiana (edita da Black Velvet in un volume cartonato di oltre 500 pagine: traduzione e adattamento mi sembrano buoni, anche se per ora mi sono limitato a sfogliarlo) possa proseguire con il recupero del tomo precedente e la pubblicazione di quelli successivi.

mercoledì 8 dicembre 2010

Die Walküre (La Scala 2010)

Era da una "Aida" di venticinque anni fa, se non ricordo male, che non assistevo a una prima della Scala in televisione. Dopo di allora, gli ascolti (relativamente) bassi di uno spettacolo del genere avevano dissuaso i dirigenti del "servizio pubblico" dal trasmettere ancora in diretta uno degli eventi culturali di maggior interesse e spessore del nostro paese (mentre per Miss Italia e il Festival di Sanremo c'è sempre spazio). E dire che una volta l'opera lirica era il genere "popolare" per eccellenza, e forse lo sarebbe ancora, almeno in parte, se il pubblico non fosse stato "disabituato" a fruirne proprio dalle sciagurate programmazioni televisive degli ultimi decenni. Per fortuna, con l'avvento della tv digitale terrestre e il proliferare di canali tematici, ora c'è spazio per tutti. E così Rai 5, la nuova rete dedicata alla cultura, ha presentato – nel corso di una diretta durata quasi sette ore! – l'attesa inaugurazione della stagione operistica milanese.

Conoscevo poco Wagner, e de "La Valchiria" giusto la trama (e naturalmente il tema musicale, così cinematografico, della Cavalcata!). Devo dire che è stata una sorpresa davvero positiva. A parte un impatto iniziale un po' difficoltoso, le cinque ore dell'opera (con tre lunghi intervalli) sono davvero volate! La carne al fuoco era tanta, e di qualità: antiche saghe mitologiche, personaggi archetipici, riferimenti classici (quanto hanno in comune i miti germanici con quelli greci: Jung aveva ragione!), faide famigliari, dilemmi divini, incesti, sangue, battaglie, amore e magia. E tanta musica, persino esaltante, mai interrotta da un recitativo!

Musicalmente, infatti, l'opera di Wagner è assai diversa da quelle "italiane" cui sono più abituato: non ci sono (quasi) arie o brani singoli, ma un continuo "flusso musicale" che si sviluppa dall'inizio alla fine, coinvolgendo l'ascoltatore a 360 gradi. Ottimi i cantanti, che hanno saputo reggere fino in fondo parti difficili e ad alto dispendio di energie (con nota di merito per la protagonista Nina Stemme). Buona la direzione di Daniel Barenboim (che prima di iniziare ha letto un estratto dalla Costituzione italiana in difesa della cultura, alla presenza del Presidente della Repubblica), tutto sommato suggestive le scenografie (a parte le videoproiezioni di lettere e numeri con effetti digitali alla "Matrix"), non eccellenti invece i costumi (soprattutto quelli delle Valchirie).

Fra due anni, nel 2012, a Sant'Ambrogio sarà di scena il "Sigfrido", ossia il seguito de "La Valchiria" (rispettivamente terza e seconda parte della quadrilogia "L'anello dei Nibelunghi", dopo "L'oro del reno" e prima de "Il crepuscolo degli dei"), e per allora spero di essermi fatto una maggior cultura su Wagner. Magari ne avrò anche parlato sul mio blog dedicato all'argomento, Opera Omnia.