martedì 11 dicembre 2007

Lost in translation

Il nuovo (non riuscitissimo) film di Denys Arcand, da pochi giorni nelle sale italiane, si intitola "L'età barbarica". In Italia, s'intende. Questo è infatti il titolo sciaguratamente scelto dai distributori nostrani per assicurarsi che allo spettatore distratto non sfugga che si tratta di una pellicola dello stesso regista del popolare "Le invasioni barbariche", di cui non è però un sequel in senso stretto. Il titolo originale, "L'âge des ténèbres", faceva invece correttamente riferimento al primo medioevo, ossia al periodo storico attraverso il quale il film analizza il presente (approccio tipico di Arcand, inaugurato ne "Il declino dell'impero americano" e proseguito appunto ne "Le invasioni barbariche"). Inizialmente il film era stato annunciato come "L'età dell'ignoranza", titolo che faceva pensare più che altro a una fase adolescenziale (chiamarlo "L'età delle tenebre", o al limite "I secoli bui", era così difficile?) ma almeno evitava la ripetizione di una parola già usata nel nome del film precedente, una cosa che mi dà parecchio fastidio.

Un pasticcio simile, anche se involontario, i distributori l'avevano già combinato con la serie dei "Pirati dei Caraibi". Dopo aver 'tradotto' (si fa per dire) il primo titolo ("Pirates of the Caribbean: The Curse of the Black Pearl") in "La maledizione della prima luna", eliminando il titolo-ombrello e alterando il sottotitolo, avevano scelto di chiamare il secondo ("Pirates of the Caribbean: Dead Man's Chest") "Pirati dei Caraibi: la maledizione del forziere fantasma". Come si vede, anche in questo caso oltre alla traduzione 'libera' c'è la scelta di ripetere una parola ("maledizione") che, curiosamente, scompare poi dal titolo del terzo film ("Pirates of the Caribbean: At the World's End", in italiano "Pirati dei Caraibi: Ai confini del mondo"): avevano cambiato idea? A quel punto, perché non insistere con "La maledizione ai confini del mondo"? Non solo incapaci, anche incoerenti.

A volte, a dire il vero, la parola ripetuta c'è anche nei titoli originali. Questo non elimina il problema per i soliti distributori italiani di doversi inventare nuovi titoli dopo aver sciaguratamente alterato quello del primo episodio. Dopo "Una settimana da Dio" ("Bruce Almighty"), ecco dunque "Un'impresa da Dio" ("Evan Almighty"); dopo "Il mistero dei templari" ("National Treasure"), ecco "Il mistero delle pagine perdute" ("National Treasure: Book of Secrets"); e non oso pensare cosa si inventerebbero se dovesse uscire il sequel del bellissimo "Se mi lasci ti cancello" ("Eternal sunshine of the spotless mind").

Cambiare titolo ai film, d'altronde, è un'usanza diffusa e di vecchia data per i distributori italiani. Spesso il cambiamento avviene in più fasi: ricordo ancora di aver visto nei cinema un trailer che annunciava "La lega degli uomini straordinari" ("League of the extraordinary gentlemen"), facendomi commentare con delusione la perdita del termine "gentlemen" che caratterizzava in maniera perfetta l'epoca storica e lo stato sociale dei protagonisti. All'uscita nelle sale, comunque, il titolo era stato ulteriormente appiattito in "La leggenda degli uomini straordinari". Ho detto appiattito? Mai come è capitato in tempi recenti a "Le crociate" ("Kingdom of Heaven") o a "La città proibita" ("Curse of the Golden Flower"). Ma, pensandoci bene, anche a "La tigre e il dragone" ("Crouching tiger, hidden dragon").

Il massimo del ridicolo, forse, lo raggiungono quei film il cui titolo italiano... è in inglese! Mi riferisco per esempio a "The pusher" (titolo originale: "Layer Cake") o "Sex crimes" (titolo originale: "Wild things"). Mah. A questo punto sarebbe quasi meglio lasciare sempre i titoli non tradotti, anche se io preferisco comunque una buona traduzione.

Tutto questo discorso non si limita ovviamente ai titoli recenti: se si va a rivangare nel passato si trovano famigerate nefandezze come quelle dei film di Truffaut ("La sirène du Mississipi" reintitolato "La mia droga si chiama Julie"; "Domicile conjugal" reintitolato, incredibile ma vero, "Non drammatizziamo... è solo questione di corna!"; o, all'opposto, "Les quatre cents coups" tradotto letteralmente "I quattrocento colpi", che in italiano non vuol dire nulla mentre in francese significa "fare il diavolo a quattro"). Altri celebri casi di traduzioni più o meno sciagurate riguardano "Frank Costello faccia d'angelo" ("Le samouraï" di Melville, il cui protagonista si chiama Jeff, non Frank!) e "M, il mostro di Düsseldorf" ("M" di Fritz Lang, che in realtà si svolge a Berlino!) Anche se forse, ripensandoci, chiamare un film "Il mostro di Berlino" negli anni trenta non sarà stato particolarmente indicato...

Naturalmente non mancano rarissimi casi (e sempre più rari, ormai) di film il cui titolo italiano, completamente modificato, risulta più bello, memorabile o azzeccato dell'originale: i casi più celebri vanno da "Quarto potere" a "L'attimo fuggente".

3 commenti:

Francesco ha detto...

Per non parlare di quando traducono i nomi dei personaggi! Se trovo geniali nella loro semplicità "Topolino" e "Paperino" di autarchica memoria ancora mi chiedo il perchè di "Fener" (Dart Vader) o di C1-P8 (R2-D2). Ciao!

Christian ha detto...

A proposito dei nomi italiani dei personaggi disneyani, sapevi che un "Paperon de' Paperoni" è esistito realmente? Si trattava di un vescovo italiano del tredicesimo secolo (!).

Vedi qui:
http://it.wikipedia.org/wiki/Paperone_de%27_Paperoni

Francesco ha detto...

Incredibile! Chissà se ha mai fatto mangiare il cappello a qualche capo ghibellino! :)