giovedì 30 gennaio 2020

Gialli senza cinesi



No, l'attuale epidemia di virus dalla Cina non c'entra. Scrivo questo post perché mi è capitato sott'occhio per caso un "decalogo" per la scrittura di romanzi gialli deduttivi (i classici whodunit alla Agatha Christie, per intenderci), compilato nel 1929 da Ronald A. Knox. Questi era un teologo (!) inglese, amico di Gilbert Keith Chesterton (l'autore di "Padre Brown"), con cui condivideva la passione per i romanzi gialli, tanto che ne scrisse alcuni a sua volta. Il suo decalogo espone le regole da rispettare assolutamente quando si realizzano opere di questo tipo:

1) Il colpevole deve essere menzionato o comparire sin dalle prime pagine della storia, ma il lettore non deve avere accesso ai suoi pensieri.
2) Vanno esclusi tutti gli elementi o gli interventi soprannaturali.
3) Non è consentito più di un passaggio o di una stanza segreta.
4) Non deve essere impiegato un veleno sconosciuto, né qualsiasi apparato che richieda alla fine una lunga spiegazione scientifica.
5) Nella storia non deve esserci nessun personaggio cinese.
6) Nessun evento casuale deve aiutare l'investigatore, né questi può avere un'intuizione inspiegabile che però si dimostri corretta.
7) Il colpevole del crimine non può essere il detective stesso.
8) L'investigatore è obbligato ad esporre al lettore ogni indizio rinvenuto durante la storia.
9) La "spalla" del detective (il dottor Watson di turno) non deve nascondere al lettore nessun pensiero che gli passi per la mente: la sua intelligenza deve essere inferiore, anche se di poco, a quella del lettore medio.
10) Non possono apparire fratelli gemelli, o in generale sosia, a meno che non siano stati introdotti in anticipo.
Ora, la maggior parte di queste regole sembra chiara e ragionevole (anche se illustri scrittori, la stessa Agatha Christie in primis, hanno giocato a infrangerle consapevolmente, benché normalmente una sola alla volta, un po' come era permesso fare nel decalogo "Dogma 95" di Lars von Trier). Ma la quinta regola risulta alquanto bizzarra: perché non possono esserci personaggi cinesi?

Chi conosce la letteratura popolare e pulp di inizio ventesimo secolo può immaginare la risposta: all'epoca il cinese malvagio e intrigante era un vero e proprio cliché, pigro e ricolmo di stereotipi razziali, la personificazione del "pericolo giallo", e aveva dato origine a centinaia di personaggi della letteratura noir, d'avventura e d'evasione (uno dei più noti è probabilmente il Fu Manchu di Sax Rohmer). Knox scriveva: "Non vedo ragione perché un cinese debba rovinare un bel racconto giallo. Se, girando le pagine di un romanzo sconosciuto in una libreria, incappate nella descrizione degli occhi stretti e biechi di Chin Loo, evitate quella storia: non è buona".

Chiudo ricordando che anche il celebre giallista S.S. Van Dine, nel 1928, aveva pubblicato un articolo intitolato "Twenty Rules for Writing Detective Stories". Nel suo caso, le regole da seguire sono venti: molte sono simili a quelle di Knox (benché non si menzionino i cinesi), ma non mancano quelle curiose anche se in fondo comprensibili ("Non ci dev'essere una storia d'amore troppo interessante").

mercoledì 1 gennaio 2020

Il 2019 al cinema

Il 2019 è stata un'annata davvero soddisfacente per le mie visioni cinematografiche. Nel corso dell'anno solare ho visto in sala 57 film, molti dei quali di ottimo livello. Cosa mi è piaciuto di più e cosa meno? Fra i titoli migliori dell'anno indicherei senza dubbio "Parasite" del coreano Bong Joon-ho, "La favorita" di Yorgos Lanthimos, "La casa di Jack" di Lars von Trier e "Joker" di Todd Phillips: si tratta della mia personale quaterna dell'anno. Ottimi anche "I figli del fiume giallo" di Jia Zhang-ke, "Dolor y gloria" di Pedro Almodóvar, "Les misérables" di Ladj Ly, "Grazie a Dio" di François Ozon, "L'ufficiale e la spia" di Roman Polanski e il "Pinocchio" di Matteo Garrone. Fra le sorprese, cito "Los silencios" di Beatriz Seigner, "Atlantis" di Valentyn Vasyanovych, "Les enfants d'Isadora" di Damien Manivel e "All this victory" di Ahmad Gossein. A buon diritto nella lista dei bei film dell'anno, infine, finiscono anche "I fratelli Sisters" di Jacques Audiard, "Ema" di Pablo Larraín, "Bohemian Rhapsody" di Bryan Singer, "Ancora un giorno" di Raúl de la Fuente e Damian Nenow e "Avengers: Endgame" di Anthony e Joe Russo, nonché un recupero d'epoca, "Estasi" (1933) di Gustav Machatý.

Nella parte intermedia di questa classifica colloco diversi film comunque belli, intendiamoci, ma che per una ragione o per l'altra non mi hanno proprio convinto completamente o che comunque ritengo inferiori a quelli citati prima. A cominciare dal premio Oscar "Green book" di Peter Farrelly, seguito da "C'era una volta a... Hollywood" di Quentin Tarantino, "Ritratto della giovane in fiamme" di Céline Sciamma, "Il paradiso probabilmente" di Elia Suleiman, "Mademoiselle" di Park Chan-wook, "Yesterday" di Danny Boyle, "Le verità" di Hirokazu Koreeda, "Hotel by the river" di Hong Sang-soo, "Burning – L'amore brucia" di Lee Chang-dong e "La mia vita con John F. Donovan" di Xavier Dolan. Aggiungo a questi anche alcuni titoli visti ai festival, come "Adults in the room" di Costa-Gavras, "No. 7 Cherry Lane" di Yonfan, "The day I lost my shadow" di Soudade Kaadan, "Baby" di Liu Jie, "Youth" di Feng Xiaogang, "Nafi's father" di Mamadou Dia, "Babyteeth" di Shannon Murphy, "Gloria mundi" di Robert Guédiguian, nonché un'altra buona pellicola Marvel, "Spider-Man: Far from home" di Jon Watts.

Infine, le note dolenti. Mi hanno deluso, o comunque mi aspettavo di meglio, "Ad astra" di James Gray, "Il sindaco del rione sanità" di Mario Martone, "I morti non muoiono" di Jim Jarmusch, "Ralph spacca internet" di Phil Johnston e Rich Moore e il tanto atteso "Star Wars: L'ascesa di Skywalker" di J.J. Abrams. Lo stesso vale per alcuni film visti ai festival come "The wild goose lake" di Diao Yinan, "Love me tender" di Klaudia Reynicke, "Divine wind" di Merzak Allouache, "Bulbul can sing" di Rima Das, "Freedom fields" di Naziha Arebi, "Camille" di Boris Lojkine, "You will die at 20" di Amjad Abu Alala, "Dreamaway" di Marouan Omara e Johanna Domke, "A girl missing" di Koji Fukada e "Saturday fiction" di Ye Lou. Scendendo ancora nella classifica, pollice decisamente verso per "Fiore gemello" di Laura Luchetti e "X-Men: Dark Phoenix" di Simon Kinberg. E soprattutto per il sudafricano "Flatland" di Jenna Bass, il film peggiore dell'anno fra quelli visti al cinema. (Tutti i link portano alle corrispondenti recensioni sul mio blog cinematografico, "Tomobiki Märchenland".)

domenica 8 dicembre 2019

Tosca (La Scala 2019)



È stata una "Tosca" monumentale e cinematografica quella che ha aperto la stagione 2019/20 della Scala. Il regista Davide Livermore ha realizzato un allestimento che, pur restando fedele all'ambientazione originale (non siamo di fronte a una rilettura moderna: la vicenda è rappresentata come se avvenisse effettivamente nella Roma del 14 giugno 1800, il giorno della battaglia di Marengo, citata nei dialoghi), la spettacolarizza con scenografie mobili (la chiesa che si innalza nel primo atto, lasciando Scarpia su un livello "infernale" più basso), effetti speciali (i quadri semoventi, muti testimoni del delitto del secondo atto) e la presenza di molte comparse in vere e proprie scene di massa. D'altronde Livermore stesso ha commentato come Tosca abbia "una delle partiture più perfette [di Puccini], ai limiti dello storyboard cinematografico". Il risultato è stato davvero degno di una prima visione in tv o della trasmissione in diretta nelle sale cinematografiche di tutto il mondo, e devo dire (pur non essendo un amante particolare di quest'opera, che chissà perché non mi ha mai conquistato come invece hanno fatto altri lavori di Puccini) che mi è piaciuto molto, perché non ha sacrificato i cantanti, né li ha costretti ad esibirsi mentre interagivano in modo contorto con la coreografia. Cantanti che peraltro sono sembrati decisamente all'altezza, sia dal punto di vista vocale che da quello delle interpretazioni (le espressioni dei volti ne veicolavano le passioni come attori consumati, calandoli magistralmente nei loro personaggi). Meritate le ovazioni per Anna Netrebko (ormai la prima donna ufficiale del teatro milanese), per il tenore Francesco Meli (un Cavaradossi eroico e stoico) e il baritono Luca Salsi (uno Scarpia perfido e di grande personalità). Ottimi pure i comprimari, su tutti un grande Alfonso Antoniozzi (il sacrestano). La direzione di Chailly, che ha scelto di rifarsi alla stesura originale dell'opera, prima dei successivi rimaneggiamenti del compositore (ma non ci sono poi enormi differenze) è stata efficace ed enfatica. Da brividi, in particolare, l'esecuzione del pezzo forte dell'opera, "E lucevan le stelle" nel terzo atto. Terzo atto che ha forse le uniche due cose non brutte, ma da elaborare: un Castel Sant'Angelo che ricorda la Torre di Cirith Ungol, e una Tosca che nel finale, invece di gettarsi giù, viene "assunta in cielo". Qualche dubbio anche sui costumi di Tosca, un po' kitsch (niente da dire su quelli degli altri). Molti gli applausi finali.


lunedì 28 ottobre 2019

Anche Tolkien ha il suo Cannarsi?

Ho appena scoperto che sta per uscire una nuova traduzione italiana del mio romanzo preferito, “Il Signore degli Anelli” di J.R.R. Tolkien. E promette di essere tremenda. Firmata da Ottavio Fatica, si proporrebbe di essere più fedele allo stile originale dell'autore: ma proprio per questo rischia di andare contro alle intenzioni dello stesso Tolkien, oltre che alle regole dell'adattamento e del buon senso.



Ma andiamo per ordine. La traduzione “storica” del libro di Tolkien in italiano fu realizzata nel 1967 da Vicky Alliata di Villafranca, all'epoca appena diciassettenne, per la casa editrice Astrolabio, che però pubblicò soltanto il primo (“La compagnia dell'anello”) dei tre volumi che compongono la trilogia. Quando nel 1970 Rusconi editò il romanzo in forma integrale, la traduzione di Alliata – che in ogni caso era stata approvata da Tolkien stesso – venne mantenuta, anche se leggermente rimaneggiata dal curatore Quirino Principe. È su questa versione che sono stati modellati anche i dialoghi italiani dei fortunati film di Peter Jackson, sull'onda del cui successo Bompiani pubblicò nel 2003 un'edizione ulteriormente rivista in alcuni dettagli, a cura della Società Tolkieniana Italiana.

La nuova traduzione che arriverà in libreria dal 30 ottobre, però, è tutt'altra cosa. Basta leggere alcuni esempi presi a caso dal primo capitolo (qui l'anteprima) per rendersi conto di quale bruttura si tratti.

VECCHIA TRADUZIONE

NUOVA TRADUZIONE

UNA FESTA A LUNGO ATTESA
Quando il signor Bilbo Baggins di Casa Baggins annunziò che avrebbe presto festeggiato il suo centoundicesimo compleanno con una festa sontuosissima, tutta Hobbiville si mise in agitazione.

UNA FESTA ATTESA A LUNGO
Quando il signor Bilbo Baggins di Casa Baggins annunciò che presto avrebbe festeggiato il suo undicentesimo compleanno con una festa oltremodo fastosa, i commenti e i fermenti a Hobbiton si sprecarono.

«Hai ragione, Nonno!», disse il Gaffiere. «I Brandibuck non vivono nella Vecchia Foresta, tuttavia sono proprio una strana razza. Trafficano con barche su quel grande fiume, e non è una cosa normale. Non ci sarebbe da stupirsi se un giorno o l'altro capitasse loro qualche guaio. Comunque, di Hobbit gentili come il signor Frodo è difficile incontrarne.

“Hai ragione, Nonno!” disse il Veglio. “Non che i Brandaino di Landaino vivano dentro la Vecchia Foresta; però per essere una strana genìa lo sono. Si trastullano in barca su e giù per quel grande fiume – e questo non si fa. Per forza poi capitano i guai, dico io. Ma comunque sia, un giovane hobbit ammodo come il signor Frodo è raro incontrarlo.

«Conosco la metà di voi soltanto a metà; e nutro, per meno della metà di voi, metà dell'affetto che meritate». Era una frase inattesa e piuttosto intricata. Ci furono uno o due applausi qua e là, ma la maggior parte delle persone era troppo intensamente occupata a sbrogliarla per rendersi conto se era un complimento.

Metà di voi non la conosco neanche per metà come mi piacerebbe: e meno della metà di voi mi piace la metà di quanto merita. Questo giunse inaspettato e risultò alquanto ostico. Non mancò qualche applauso sporadico, ma i più cercavano di capire se andava preso come un complimento.

La Via prosegue senza fine
Lungi dall'uscio dal quale parte.
Ora la Via è fuggita avanti,
Devo inseguirla ad ogni costo
Rincorrendola con piedi alati
Sin all'incrocio con una più larga
Dove si uniscono piste e sentieri.
E poi dove andrò? Nessuno lo sa.

La Strada se n'va ininterrotta
A partire dall'uscio onde mosse.
Or la Strada ha preso una rotta,
Che io devo seguir, come posso,
Perseguirla con passo solerte,
Fino a che perverrà a un gran snodo
Ove affluiscono piste e trasferte.
E di poi? Io non so a quale approdo.


Non metto a confronto anche la versione originale, perché qui non si tratta di determinare quale traduzione sia la più fedele. Per essere fedeli basta anche Google Translate (con qualche controllo e revisione umana, ovviamente). Ma il risultato deve anche tenere conto della lingua d'arrivo, del registro e del lettore cui si rivolge. I “tradimenti” sono più che benvenuti, se lo spirito (non la lettera) dell'originale è mantenuto.

Qui invece, come si vede dagli esempi sopra riportati, esattamente come nel caso di Gualtiero Cannarsi e dei suoi ottusi adattamenti dei film d'animazione dello Studio Ghibli, siamo di fronte a una versione italiana che in nome di un'estrema (e ideale) fedeltà all'originale smarrisce ogni senso estetico o poetico, ogni suggestione (che sia di registro mitico o quotidiano), ogni scorrevolezza del linguaggio ("però per essere una strana genìa lo sono" sembra proprio una frase in Cannarsese), ogni riferimento all'immaginario condiviso fra scrittore e lettore, e ovviamente ogni aggancio agli elementi con cui Tolkien e il suo mondo sono ormai entrati nella memoria collettiva (anche attraverso i film, certo).

Al di là della farraginosità e della cacofonia ("undicentesimo"??? "una festa oltremodo fastosa"??? "si trastullano"???), è anche poco coerente. Il cognome Tuc torna alla grafia Took, ma Brandybuck diventa Brandaino. Hobbiville ridiventa Hobbiton (e pazienza se il lettore italiano non capirà più di primo acchito che si tratta di un toponimo, come invece il suffisso "-ton" comunicava subito al suo omologo britannico), ma Samwise si trasforma in Samplicio (!?!). L'intenzione di lasciare nomi e termini in inglese in nome della fedeltà all'originale, evidentemente, si attua a corrente alternata. Sembra quasi che Fatica abbia voluto fare un oltraggio alla bella e suggestiva (quella sì) traduzione di Alliata, compiendo tutte scelte opposte alle sue, a prescindere (a cominciare da "Una festa a lungo attesa" che diventa "Una festa attesa a lungo", senza motivo). E fregandosene (alla Cannarsi) del pubblico di destinazione. Se "Steward", per esempio, evoca un'immagine precisa nella mente del lettore inglese, così come più o meno lo faceva "Sovrintendente" (perfettamente comprensibile nel suo contesto), cosa mai può comunicare "Castaldo" a un normale lettore italiano?

Non ci resta che sperare che questa brutta traduzione, figlia com'è di un momento storico dominato dalla sciatteria e dalla mania della fedeltà a tutti i costi (vedi anche il caso "Star Wars"), faccia la fine che meriti e finisca nel dimenticatoio, rapidamente com'è arrivata. Allora i fan patologici del "fedele" potranno fare la cosa più giusta: leggersi il libro direttamente in inglese.

sabato 10 agosto 2019

Bonelli: il ritorno di vecchi eroi

In un periodo di crisi del fumetto (dovuto anche, in gran parte, alla crisi delle edicole, il luogo di distribuzione per eccellenza del fumetto popolare) e di fronte agli scarsi risultati di vendita ottenuti dalle nuove proposte (anche quando si tratta di serie di qualità, come il “Mercurio Loi” di Alessandro Billotta o i “Cani sciolti” di Gianfranco Manfredi), la Sergio Bonelli Editore sembra aver deciso di ricorrere al proprio glorioso passato. Si spiega così la decisione di riportare in edicola alcuni personaggi e testate che avevano già concluso da anni la propria vita editoriale. Nel corso dell'estate hanno dunque fatto il loro ritorno sugli scaffali, sotto forma di miniserie o di albi inseriti in collane antologiche, character come Mister No (non si vedeva dal 2006), Napoleone (idem) e Magico Vento (assente dal 2010). E presto ne torneranno altri, come Nick Raider.

La cosa, sinceramente, mi fa piacere, e non solo perchè di molti di questi personaggi ero affezionato lettore. Che la casa editrice si renda conto di avere un patrimonio iconico e culturale sotto forma di “proprietà intellettuali” (si chiamano così, oggigiorno) e che sarebbe un peccato sprecarlo, non può che rendermi felice. Il mercato editoriale sta cambiando, le serie potenzialmente infinite non esistono più o comunque è difficile crearne di nuove. E allora che male c'è nel rivedere vecchi amici, ogni tanto, come protagonisti di miniserie di tre o quattro numeri? Speriamo solo che la qualità non lasci a desiderare. Per ora ho letto i primi numeri delle nuove avventure di Magico Vento e Napoleone, e per fortuna sembra quasi che il tempo non sia mai passato (aiuta certo il fatto che, a firmare le storie, sono gli stessi creatori di un tempo).

domenica 30 giugno 2019

Adiós Mordillo!



Ieri se n'è andato Guillermo Mordillo, vignettista e illustratore argentino, celebre per i suoi omini col nasone, le sue giraffe, ma soprattutto il suo umorismo semplice, geniale e dissacrante. Il suo linguaggio, che puntava sull'immagine e la caricatura ma non sulle parole, era universale: impossibile non averlo amato!

sabato 29 giugno 2019

Evangelion: Cannarsi ha cannato... ancora


In seguito alle numerose proteste da parte del pubblico sulla scarsa qualità dell'adattamento, Netflix ha annunciato di aver ritirato la nuova traduzione italiana della serie animata giapponese “Neon Genesis Evangelion”, che per ora resterà disponibile sulla piattaforma televisiva on demand soltanto nella versione originale con sottotitoli.



Per motivi di diritti, Netflix non aveva potuto usare il doppiaggio storico e ne aveva dunque commissionato uno nuovo di zecca: purtroppo, a occuparsi del nuovo adattamento è stato Gualtiero Cannarsi, già tristemente noto per l'inqualificabile lavoro effettuato sui film dello Studio Ghibli. Convinto che una traduzione debba essere il più letterale possibile (a costo di mantenere la struttura formale e la sintassi della lingua di partenza, inventandosi parole che in italiano non esistono o ripescandone di astruse e desuete), insomma proprio il contrario di quello che dovrebbe fare un buon adattatore (cioè risultare "invisibile" allo spettatore o al fruitore finale, che in teoria non dovrebbe nemmeno accorgersi di assistere a un adattamento), Cannarsi ha rovinato tanti ottimi film e serie animate.

Prima o poi doveva capitare. Fan di anime improvvisatosi traduttore e adattatore (fu “raccomandato” alla casa distributrice Lucky Red da una cinquantina di suoi amici e colleghi di forum, all'epoca dell'uscita del film di Hayao Miyazaki “Il castello errante di Howl"), Cannarsi ha giocato troppo con il fuoco e si è scottato. Finché si occupava soltanto dei film dello Studio Ghibli, capolavori assoluti del cinema di animazione ma in fondo pur sempre prodotti di nicchia, i risultati del suo “lavoro” erano rimasti confinati presso un'isola felice dove in pochi si rendevano conto che il linguaggio desueto e astruso dei lungometraggi da lui adattati era il frutto non delle intenzioni originali degli autori, ma di una scelta impazzita dell'adattatore. Che un padre, trovando la figlia in biblioteca, esclamasse “Quale rarità!” anziché un più naturale “Che strano!”, lasciava lo spettatore con l'impressione che il registro dei dialoghi non fosse proprio coerente, ma poi se ne dimenticava. Che al posto di “Grazie mille” tutti dicessero sempre “La ringrazio infinitamente” poteva sembrare persino una nota di colore. E pazienza anche se ogni tanto si udivano frasi come “Il predisporre l'invio dell'indomani si è protratto”, o “A stare a divertirvi da queste parti finirete per farvi rapire in compagnia”: magari i giapponesi, avrà pensato lo spettatore, parlano davvero così. A vedere questi film al cinema, o a comprarne i DVD, sono poche decine di migliaia di persone, quando va bene. (Per chi voglia approfondire, all'indecente operato del Cannarsi riguardo ai film Ghibli sono dedicate intere pagine Facebook, come questa e questa. Ogni protesta rivolta alla Lucky Red è sempre caduta nel vuoto).


Ma ora la musica è cambiata. Lavorare per Netflix significava rivolgersi a una platea, quella della tv on demand, molto più ampia rispetto a quella delle sale cinematografiche. E questi spettatori non hanno affatto gradito il linguaggio astruso, le convoluzioni, le ripetizioni o la fuga dai sinonimi che caratterizzano la nuova edizione di una serie di culto. Ecco alcuni esempi di frasi che Cannarsi fa pronunciare ai suoi personaggi (oltre a quella nel video in apertura di questo post): “Ci è giunto comunicato che hanno già completato di prendere rifugio”, “Nessuna recalcitranza!”, “S’è fatta guerra in modo talmente vistoso che era dentro la città”. L'ondata di protesta è stata tanto forte e ad ampio raggio da raggiungere prima i media generalisti (dove persino il direttore del doppiaggio, il veterano Fabrizio Mazzotta, ha preso le distanze dal suo "collega") e poi da costringere la piattaforma alla scelta radicale di ritirare il doppiaggio italiano, con la promessa prima o poi di rifarlo ex novo.


Uno smacco per Cannarsi, una disfatta per la sua scuola di pensiero e probabilmente un episodio che limiterà (per fortuna) la sua carriera futura. Certo, avrà contribuito il fatto che molti spettatori ricordavano la vecchia traduzione italiana della serie (alla quale, per ironia della sorte, aveva collaborato lo stesso Cannarsi: che diciannove anni fa era forse troppo giovane e privo di “autorità” per imporre le proprie idiosincrasie al direttore del doppiaggio), e scoprire che un prodotto che avevano amato in passato è stato stravolto in questo modo indegno non ha fatto certo piacere.

Da dove nasce l'errore di Cannarsi? Dalla convinzione che un traduttore debba rispettare alla lettera (nei contenuti ma anche nella forma, appunto) il testo originale, quando invece quello che va mantenuto è il senso di ciò che si voleva comunicare, adattando tutto il resto secondo i contesti, i registri e le regole della lingua di arrivo, anche tenendo conto delle differenze culturali del pubblico di riferimento. Pubblico che invece il Cannarsi non sembra avere in grande considerazione, se è vero che ha affermato: “Il mio ideale referente è il testo originale, non il pubblico”. Una dichiarazione che sarebbe anche interessante, e potrebbe portare a riflessioni costruttive (la fruibilità di un'opera è più importante dell'opera stessa?) se non nascondesse in realtà un approccio sbagliato alla questione.


La forma mentis di Cannarsi è probabilmente il frutto delle frustrazioni che tutti gli appassionati di anime hanno dovuto subire negli anni ottanta e nei primi anni novanta, quando gli adattamenti delle serie giapponesi (soprattutto quelle trasmesse sui canali Mediaset) soffrivano del problema opposto: assoluta mancanza di fedeltà all'originale, al punto da eliminare persino ogni riferimento alla loro origine nipponica (i nomi dei personaggi diventavano Johnny, Sabrina e Tinetta, le scene più "adulte" o complesse venivano tagliate, e lo stesso capitava a quelle in cui – non sia mai! – comparivano sullo schermo degli ideogrammi o qualsivoglia elemento che indicasse che la storia si svolgesse in Giappone). Per questo, arrivato sul ponte di comando, Cannarsi ha deciso di passare all'altro estremo, traducendo alla lettera ogni termine, ogni forma colloquiale, ogni riferimento culturale, infischiandosene del risultato farraginoso che impedisce a uno spettatore di fruire dell'opera in maniera naturale, impegnato com'è a interrogarsi ogni secondo su che cosa abbiano detto i personaggi, di fatto "uscendo" continuamente dalla storia che sta guardando.

Insomma: G. C. rappresenta tutto ciò che un buon traduttore o adattatore non deve essere. E finalmente il suo lavoro ha ricevuto una ricusazione ufficiale. Certo, sarebbe bello se anche la Lucky Red ammettesse una buona volta il suo errore e cominciasse a pensare a una riedizione, con nuovo adattamento e doppiaggio, dei tanti bellissimi film di Miyazaki e compagni finora rovinati perché tradotti in una "neolingua" che non è italiano. Per ora non sembra avere l'intenzione di farlo, ma chissà che in futuro non veda la luce.

lunedì 8 aprile 2019

Film di supereroi... ante litteram

Cosa sarebbe successo se l'attuale "boom" dei film di supereroi fosse avvenuto un po' prima? Magari negli anni '70, quando il cinema italiano di genere spopolava? Forse avremmo avuto pellicole come queste (fonte):


E se invece fosse accaduto durante la Golden Era di Hollywood? Ecco come il disegnatore Joe Philips si è immaginato la cosa (fonte):

venerdì 5 aprile 2019

Topolino 3306

Come ho già scritto in passato, da tempo non leggo più regolarmente "Topolino". Ma mi capita ancora di acquistare ogni tanto qualche numero particolare, come quelli celebrativi: è accaduto con questo, che festeggia i 70 anni del settimanale in formato "libretto" (il cui primo numero uscì appunto nell'aprile 1949, sostituendo il precedente formato noto come "Topolino giornale"), anche perché vi era allegato un fascicolo speciale che ripercorre tutta la storia della rivista. Se ho apprezzato la copertina di Giorgio Cavazzano che fa il verso a quella dello storico numero 1, per quanto riguarda i contenuti sono rimasto però abbastanza deluso. E non solo per l'assenza di una storia, appunto, celebrativa, come mi sarei aspettato di trovare. Quelle presenti nel fascicolo mi sono parse tutte assai mediocri sia sul versante delle sceneggiature che su quello dei disegni: meccaniche le prime, che aspirano a essere sofisticate ma senza naturalezza e trasparenza (per non parlare dell'afflato avventuroso, del tutto assente), dal montaggio confuso (vedi gli occasionali scartamenti temporali da una vignetta all'altra) e talvolta pretenziose (con l'uso di parole inglesi come "orienteering", quando c'era a disposizione l'italiano "orientamento"); goffi e sgradevoli i secondi, con personaggi talvolta deformi e stilizzati, senza però la qualità artistica di un Celoni o un Cavazzano, appunto. Aggiungiamoci personaggi che ormai sono diventati macchiette di sé stessi, utilizzati non come "attori" delle storie ma soltanto in funzione delle loro caratteristiche distintive (esempi: Pico o Paperoga). Di tutte le storie contenute nel volumetto, salverei solo quella breve di Silvia Ziche, la più semplice e simpatica. Rispetto all'ultimo "Topolino" che avevo acquistato (circa un duecento numeri fa), ho trovato peggiorata anche la grafica del sommario e delle pagine interne, confusa e sovraccarica, e persino il lettering, che da sempre è stato uno dei punti di forza del settimanale. Insomma: un numero celebrativo così importante, oggetto anche di una campagna pubblicitaria in tv, che potrebbe finire nelle mani di un lettore occasionale, avrebbe sicuramente meritato di meglio, a partire da una storia firmata dagli autori di punta della rivista.

lunedì 18 marzo 2019

JoJo 5: Golden Wind - Nuove sigle

Superata la metà della quinta stagione (ambientata interamente in Italia), la serie animata de "Le bizzare avventure di JoJo" ha presentato delle nuove sigle di apertura e di chiusura, che probabilmente ci accompagneranno fino al gran finale (anche se non mi stupirei di vedere apportate delle modifiche, una volta che il volto del principale antagonista, Diavolo, sarà rivelato).

L'opening, intitolata "Uragirimono no requiem" ("Il requiem dei traditori") è interpretata da Daisuke Hasegawa, che già aveva cantato una delle sigle della quarta serie.


L'ending, invece, è "Modern crusaders" del gruppo Enigma (che comprende una campionatura di "O fortuna" dai "Carmina burana" di Carl Orff).

martedì 1 gennaio 2019

Il 2018 al cinema

Nel corso del 2018 ho visto 49 film in sala (questa rassegna annuale, infatti, prende in considerazione solo le pellicole che mi sono goduto al cinema, e non le tante viste a casa, come quelle sulle piattaforme on demand quale Netflix, per esempio il pluripremiato "Roma" di Alfonso Cuarón). Fra i titoli più meritevoli citerei "Dogman" di Matteo Garrone, "Tre manifesti a Ebbing, Missouri" di Martin McDonagh, "Chiamami col tuo nome" di Luca Guadagnino, "La forma dell'acqua" di Guillermo Del Toro, "Tre volti" di Jafar Panahi, "The seen and unseen" di Kamila Andini, "Tonya" di Craig Gillespie e "Cold war" di Pawel Pawlikowski. Molto belli anche "Il sacrificio del cervo sacro" di Yorgos Lanthimos, "A land imagined" di Yeo Siew Hua, "Killing Jesus" di Laura Mora Ortega, "Azougue Nazaré" di Tiago Melo, "I am not a witch" di Rungano Nyoni, "Tramonto" di Laszlo Nemes, "Il fiume" di Emir Baigazin e "L'albero dei frutti selvatici" di Nuri Bilge Ceylan.

A metà classifica vanno tanti film carini ma non trascendentali, oltre a quelli da cui forse mi aspettavo di più (o che nei loro limiti mi sono piaciuti senza entusiasmarmi). Ecco l'elenco: "Ready player one" di Steven Spielberg, "Doppio amore" di François Ozon, "Il filo nascosto" di Paul Thomas Anderson, "Quello che non so di lei" di Roman Polanski, "L'isola dei cani" di Wes Anderson, "Cafarnao" di Nadine Labaki, "Un affare di famiglia" di Hirokazu Koreeda, "Il gioco delle coppie" di Oliver Assayas, "Tutti lo sanno" di Asghar Farhadi, "Il ragazzo più felice del mondo" di Gipi, "First man – Il primo uomo" di Damien Chazelle, "Shadow" di Zhang Yimou, "Killing" di Shinya Tsukamoto, "The number" di Khalo Matabane, "On the beach at night alone" di Hong Sang-soo e "Sheikh Jackson" di Amr Salama. Metto in questa categoria anche la riedizione postuma dell'ultimo film di Orson Welles, "The other side of the wind".

Non erano certo brutti, ma non mi hanno entusiasmato più di tanto "Lady Bird" di Greta Gerwig, "Blackkklansman" di Spike Lee, "Avengers: Infinity War" di Anthony e Joe Russo, "Il mio capolavoro" di Gastón Duprat, "Une saison en France" di Mahamat-Saleh Haroun, "Fratelli nemici" di David Oelhoffen, "Quanto basta" di Francesco Falaschi e il tanto atteso "L'uomo che uccise Don Chisciotte" di Terry Gilliam. Delusioni nette invece per "Solo: A Star Wars story" di Ron Howard, "Il prigioniero coreano" di Kim Ki-duk, "Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità" di Julian Schnabel, "Legend of the demon cat" di Chen Kaige e "Widows – Eredità criminale" di Steve McQueen. Infine, veniamo alle insufficienze piene: i peggiori film visti nel corso dell'anno passato sono stati "The nightingale" di Jennifer Kent, "No bed of roses" di Mostofa Sarwar Farooki e "Tutti i soldi del mondo" di Ridley Scott.

sabato 8 dicembre 2018

Attila (La Scala 2018)



La stagione della Scala si è aperta con "Attila", opera giovanile di Giuseppe Verdi (realizzata in quelli che lui stesso chiamava "gli anni di galera"), come la "Giovanna d'Arco" che era stata presentata a Sant'Ambrogio tre anni fa. Si tratta di un dramma "politico", immerso negli ideali risorgimentali quando fu composto (1846) e riletto in chiave contemporanea oggi: non solo per le scene e i costumi (che ricordavano le grandi guerre del Novecento, in particolare i due conflitti mondiali), ma anche per molti versi del libretto di Temistocle Solera e Francesco Maria Piave, del tutto "adattabili" alla situazione attuale dell'Italia (penso alle parole sprezzanti del protagonista, che potrebbero essere rivolte ai politici di oggi: "Vanitosi! Che abbietti e dormenti / pur del mondo tenete la possa...").

Non avevo mai visto o sentito quest'opera, e devo dire che non mi ha fatto una grande impressione. Piuttosto fracassona e gridata, senza brani particolarmente memorabili né sfumature nella caratterizzazione dei personaggi, è volata via gradevole ma anche monocorde. Il più variegato e interessante dei personaggi è proprio il "cattivo", ossia il protagonista Attila, l'unico che esce dagli schemi e dagli stereotipi (mostrando anche tratti nobili ed eroici). Ezio, il comandante romano, fa la figura del traditore, mentre i due amanti di Aquileia, i vendicativi Odabella e Foresto (in teoria i "buoni"), sono lì soltanto per veicolare i soliti sentimenti d'amore (per sé stessi e per la patria). Bella, come detto, la messinscena (con la regia di Davide Livermore), che pur cambiando il contesto storico della vicenda è risultata coerente e di ottimo livello qualitativo: scenografie e costumi erano molto cinematografici, sul palcoscenico sono apparsi anche cavalli, mentre il fondale era uno schermo digitale sul quale venivano proiettati all'occasione – e senza esagerare, per fortuna – fondali animati (le rovine di Aquileia), filmati vari (come il "flashback" dell'uccisione del padre di Odabella da parte di Attila) o semplicemente il cielo in tempesta. Bene il quartetto di protagonisti: Ildar Abdrazakov è stato un Attila vigoroso e fragile (nella scena del sogno), Saioa Hernández un'Odabella risoluta, George Petean un Ezio ambiguo, Fabio Sartori un Foresto cui purtroppo mancava il physique du rôle. La direzione di Riccardo Chailly mi è parsa energica e vibrante, come richiesto da un'opera di questo genere.


domenica 2 dicembre 2018

Dylan Dog & Martin Mystère: L'abisso del male

Nel 1990 e nel 1992 uscivano due dei primi team-up fra personaggi Bonelli, due albi speciali in cui Martin Mystére e Dylan Dog si incontravano e agivano insieme, scritti rispettivamente da Alfredo Castelli e da Tiziano Sclavi, ovvero i creatori delle due testate. Da allora, il concetto (tipico dei comics americani) di far interagire personaggi provenienti da serie diverse ha fatto sempre più spesso capolino nelle pubblicazioni dell'editore milanese, e dunque era inevitabile che prima o poi venisse messo in cantiere un terzo albo. Proseguendo nell'alternanza fra gli sceneggiatori delle due serie, stavolta è il turno di Carlo Recagno, da tempo stretto collaboratore di Castelli (che peraltro ha dato un contributo alla realizzazione del volume), mentre i disegni, davvero ottimi, sono ancora del bravo Giovanni Freghieri. Ma se i toni dei primi due incontri erano sbilanciati, rispettivamente, sul versante "martinmysteriano" e su quello "dylandoghiano", questa volta la vicenda si esalta proprio per la sua natura di crossover all'interno dell'universo editoriale Bonelli. Nel corso di un'avventura divertente e ricca di colpi di scena, che chiama in causa non solo i due titolari di testata ma anche i loro nutriti cast di comprimari (con esilaranti interazioni, per esempio, fra Groucho, Lord Wells e Madame Trelkowksi da una parte, e Angie, Dee & Kelly e Chris Tower dell'altra), fanno infatti la loro apparizione (chi con un ruolo importante, chi con un semplice cameo) moltissimi altri personaggi, vecchi e nuovi, della casa editrice. E in particolare (sarà perché alcune loro storie sono state scritte proprio da Castelli e da Sclavi) Mister No e soprattutto Zagor. Dire di più rischierebbe di rovinare gran parte della lettura: basti aggiungere che si tratta di una vicenda ottimamente orchestrata (con sequenze divertenti alternate ad altre toccanti, che senza dubbio lasceranno soddisfatti i fan dei rispettivi personaggi), splendidamente illustrata e con l'inatteso (ma giustificato) contributo di alcuni disegnatori ospiti. Fra tutti i team-up e crossover bonelliani finora pubblicati, siamo sicuramente di fronte a quello che giustifica meglio la propria natura, e non potrà che lasciare soddisfatto il lettore che ama queste commistioni e sogna la nascita di un "Bonelli-verse". Ciliegina sulla torta, la copertina del redivivo Angelo Stano.

giovedì 22 novembre 2018

JoJo 5: Golden Wind - Le sigle

JoJo è tornato! Da qualche settimana sta andando in onda la quinta serie di uno dei miei anime preferiti, che per l'occasione si trasferisce in Italia per seguire le vicende di Giorno Giovanna (sic!), il nuovo membro della famiglia Joestar. "Golden Wind" (o "Vento Aureo", come è nota in Italia e in Giappone) racconta il tentativo di Giorno e dei suoi compagni (dai nomi formidabili: Bruno Bucciarati, Leone Abbacchio, Guido Mista, Fugo Pannacotta e Narancia Ghirga) di spodestare Diavolo, il boss dell'organizzazione mafiosa Passione, di cui loro stessi fanno parte. La storia comincia a Napoli per poi spostarsi in giro per l'Italia, toccando (fra gli altri luoghi) Capri, Venezia, la Sardegna e Roma.

La sigla d'apertura, "Fighting Gold", è interpretata da Coda, che già aveva cantato la sigla della seconda serie.


Come sigla finale c'è il brano "Freek'n You" dei Jodeci (1995).

mercoledì 17 ottobre 2018

Addio, Arto



È morto, all'età di 76 anni, lo scrittore finlandese Arto Paasilinna, ex giornalista e guardaboschi, autore di romanzi stranianti, surreali, eccentrici, profondamente comici e tragici al tempo stesso. Con la stessa ironia trattenuta ma onnipresente che si ritrova anche nelle pellicole di un suo connazionale, Aki Kaurismäki, ha saputo cantare un mondo "fuori dal coro", legato alle antiche tradizioni ma anche calato nella modernità (di cui mette in mostra tutte le contraddizioni). Ho letto "L'anno della lepre", il suo primo libro pubblicato in Italia, quando uscì per i tipi di Iperborea. E da allora, praticamente ogni anno, l'arrivo di un suo nuovo romanzo è diventato un appuntamento imperdibile: "Il mugnaio urlante", "Il figlio del dio del tuono", "Il bosco delle volpi", "Piccoli suicidi fra amici", "Il miglior amico dell'orso", e tanti altri. Ho avuto anche l'opportunità di incontrarlo di persona, alla Feltrinelli di Piazza Duomo a Milano, in un giorno particolare: era la mattina dell'11 settembre 2001, poche ore prima dell'attacco alle Torri Gemelle. Mi sembrò di conoscerlo da sempre: era proprio come lo si poteva immaginare leggendo le sue opere, un finlandese amante dell'alcol e dei boschi, degli animali e delle saune, dalla faccia impassibile che non lascia mai capire se stia scherzando o parlando sul serio. Gran parte della sua vasta produzione (una quarantina di opere) è stata tradotta in italiano, ma molti titoli devono ancora uscire nel nostro paese: e dunque, continueremo a leggere le sue storie ancora a lungo.



sabato 19 maggio 2018

Le migliori cinematografie nazionali

Quali sono le più importanti industrie cinematografiche al mondo, per diffusione, popolarità, varietà, influenza storica e artistica anche al di fuori dei propri confini? Provo a stilare una top ten.

1) Stati Uniti d'America


Pochi dubbi su quale cinematografia debba essere al primo posto: quella americana. E non parliamo solo di Hollywood e dei suoi prodotti commerciali (che pure, per aver invaso tutto il mondo e aver fatto presa su pubblici di ogni genere, qualche merito dovranno pur averlo: anche altre nazioni producono grandi quantità di film – penso per esempio all'India o alla Nigeria – che rimangono però confinati al pubblico locale). Il linguaggio stesso del cinema moderno è nato negli USA, grazie a pionieri come David Wark Griffith e il suo "Nascita di una nazione". Il passaggio definitivo del cinema dall'artigianato all'industria su larga scala è avvenuto qui, già nel periodo del cinema muto (con produzioni in serie) e poi con la nascita delle major. Per non parlare dello star system e della popolarità di attori (John Wayne, Humphrey Bogart, Marilyn Monroe, James Dean) e registi (Frank Capra, Orson Welles, John Ford). Ma soprattutto quella americana è la vera e unica industria cinematografica mondiale perché accoglie dentro di sé idee e cineasti di ogni altro paese. Proprio come la società americana è multiculturale e affonda le radici del proprio successo nell'immigrazione da tutto il mondo, anche la fortuna del suo cinema l'hanno fatta autori europei (Charlie Chaplin, Fritz Lang, Billy Wilder) o comunque dalle origini più disparate (asiatici, italo-americani, afro-americani). Ha inventato e popolarizzato generi come il western, il musical, la commedia sofisticata. Si è saputa rinnovare a più riprese (si pensi alla New Hollywood, con Francis Coppola, George Lucas, Steven Spielberg). Ha prodotto le pellicole più iconiche e di maggior successo della storia del cinema (da "Via col vento" a "Il mago di Oz", da "Casablanca" a "Quarto potere", da "Il Padrino" a "Guerre stellari", da "Pulp Fiction" a "Titanic"). Organizza il premio cinematografico più popolare al mondo (gli Oscar). Sa produrre pellicole indipendenti come grandi successi commerciali, e oggi sforna a getto continuo blockbuster internazionali. Infine, se nel resto del mondo si produce un qualche successo, possiamo stare sicuri che prima o poi gli americani ne faranno un remake (magari assoldando lo stesso regista dell'originale, assorbendolo all'interno del proprio sistema).

2) Francia

Al secondo posto, la Francia. Non solo i cugini transalpini hanno inventato il cinema (almeno ufficialmente, con i fratelli Lumière: ma in ogni caso, anche prima di loro, ci sono stati pionieri come Louis Augustin Le Prince ed Étienne-Jules Marey) e gli effetti speciali (con Georges Méliès), non solo hanno dato origine a correnti artistiche che hanno influenzato tutto il mondo (dal realismo poetico di Marcel Carné e Jean Renoir, alla Nouvelle Vague di Jean-Luc Godard, François Truffaut ed Eric Rohmer), non solo ospitano il festival di cinema più importante al mondo, quello di Cannes, ed editano le uniche riviste internazionali che reggono il confronto con quelle in inglese, ma sono l'unica nazione che può competere con gli USA sul loro stesso terreno per varietà, diffusione, influenza e popolarità, sfornando al contempo prodotti commerciali o popolari e cinema d'autore.

3) Giappone

Arrivato tardi sulla scena internazionale (praticamente rimanendo un oggetto sconosciuto in occidente fino a "Rashomon" nel 1950), il Giappone si è rifatto con gli interessi. Può vantare alcuni dei registi e dei film più importanti della storia della settima arte, a partire dalle opere del trio Akira Kurosawa, Yasujiro Ozu e Kenji Mizoguchi, attivi sin dagli anni trenta ma "esplosi" definitivamente negli anni cinquanta. Anche in seguito ha continuato a sperimentare e a innovare a più riprese, spaziando in tutte le direzioni e dando vita a nuove tendenze (con autori come Nagisa Oshima, Shohei Imamura, Takeshi Kitano, Hirokazu Koreeda). E inoltre non dimentichiamoci del cinema d'animazione, dove il paese del Sol Levante è probabilmente al primo posto (basti pensare a Hayao Miyazaki).

4) Italia

Il cinema italiano ha dominato a tratti in almeno tre fasi: all'epoca del muto (con i kolossal storici come "Cabiria"), nel dopoguerra con il Neorealismo (Vittorio De Sica, Roberto Rossellini e Federico Fellini hanno influenzato tutto il mondo) e negli anni '60/'70 con il cinema di genere (dai western di Sergio Leone agli horror di Dario Argento, passando per poliziotteschi e commedie all'italiana con registi come Dino Risi, Mario Monicelli, Pietro Germi ed Elio Petri). L'Italia vanta anche il maggior numero di premi Oscar al miglior film straniero, più di ogni altro paese (sopravanzando anche la Francia) e in generale riceve regolarmente riconoscimenti in tutti i maggiori festival. Eccelle infine a livello tecnico, esportando a getto continuo direttori della fotografia, scenografi, costumisti, compositori.

5) URSS (e Russia)

Basterebbe il periodo del muto per dare al cinema russo/sovietico un posto di rilievo nella storia. La scuola del montaggio, con teorici come Lev Kuleshov e autori come Dziga Vertov, Vsevolod Pudovkin, Aleksandr Dovzhenko e soprattutto Sergei Eizenstein (con "La corazzata Potemkin"), ha influenzato generazioni di cineasti. Nel dopoguerra, purtroppo, c'è un forte calo, anche per via dei troppi prodotti di propaganda. Ma Sergei Paradzanov e soprattutto Andrei Tarkovskij dimostreranno che anche in URSS era possibile produrre opere di grande creatività. In tempi più recenti, Nikita Michalkov, Aleksandr Sokurov e Andrei Zvyagintsev continuano a tenere alta la bandiera russa.

6) Germania

Anche per la Germania vale un discorso simile a quello della Russia. Se ci limitassimo alla prima metà del XX secolo, il cinema tedesco sarebbe probabilmente nella top 3. Per tutti gli anni venti e trenta, in particolare, la corrente dell'Espressionismo è stata una delle forze motrici della settima arte, con autori come Friedrich W. Murnau e Fritz Lang sugli scudi (ma anche, nel campo della commedia, Ernst Lubitsch) e film come "Il gabinetto del dottor Caligari" di Robert Wiene. Nel dopoguerra, si è dovuto attendere gli anni settanta per una rinascita, grazie a Werner Herzog, Wim Wenders e Rainer Werner Fassbinder. E non dimentichiamo "Heimat" di Edgar Reitz.

7) Iran

Qualcuno si sorprenderà della presenza dell'Iran al settimo posto, anche perché la cinematografia persiana è balzata all'interesse dell'occidente soltanto dagli anni settanta/ottanta in poi. Povera di mezzi ma ricchissima di idee, popolarissima in patria (dove è una vera e propria fabbrica di sogni), ha saputo però conquistare il pubblico di tutto il mondo e vincere premi su premi ai maggiori festival internazionali, dove i film iraniani sono ormai una presenza stabile e irrinunciabile. Autori come Abbas Kiarostami, Mohsen Makhmalbaf, Amir Naderi, Jafar Panahi e, oggi, Asghar Farhadi (vincitore già di due Oscar) hanno prodotto pellicole geniali e indimenticabili.

8) Gran Bretagna

Offuscato dallo splendore del cinema americano (spesso i prodotti britannici sono confusi con quelli made in USA, visto che ne condividono la lingua e talvolta registi e interpreti), quello inglese è comunque un cinema di tutto rispetto e di grande tradizione, assai attivo sin dall'epoca del muto. Molti grandi registi considerati americani sono in realtà inglesi e hanno cominciato la propria carriera in patria (Charlie Chaplin, Alfred Hitchcock, David Lean). Negli anni sessanta, il movimento del "Free Cinema" ha stupito l'Europa per l'attenzione ai temi sociali (di cui Ken Loach è l'erede). E non dimentichiamo le influenze teatrali e shakesperiane (Laurence Olivier, Kenneth Branagh) e le sperimentazioni (Peter Greenaway).

9) Hong Kong

Più che il cinema cinese, è quello dell'ex colonia britannica ad aver conquistato, per popolarità, le platee non solo del Sud-Est asiatico ma di tutto il mondo. Merito di prodotti di genere come i film di arti marziali, che sin dagli anni settanta (grazie in particolar modo a Bruce Lee), sono diventati popolarissimi. Gli eredi di Lee, come Jackie Chan o Jet Li, hanno continuato a mantenere alta l'attenzione sulla colonia. Ma è negli anni ottanta e novanta che il cinema di Hong Kong ha conosciuto il suo momento di gloria, con un sistema produttivo assai prolifico e registi come John Woo, Wong Kar-Wai e Johnnie To. Con il passaggio alla Cina (1997), finisce l'età dell'oro e inizia il declino.

10) India

Nonostante l'enorme produzione di film, la cinematografia indiana figura così in basso nella mia lista solo perché, a differenza di tutte quelle finora presentate, non ha mai saputo veramente conquistare il pubblico di altre parti del mondo. A parte Pakistan e Bangladesh (e naturalmente gli emigrati di questi paesi che vivono in Europa o altrove), Bollywood e in generale il cinema indiano (con i suoi musical colorati) non hanno mai incuriosito più di tanto la comunità internazionale (cinefili esclusi). Certo, negli anni cinquanta c'è stato un lieve interesse (grazie ad autori come Satyajit Ray, Guru Dutt e pochi altri), ma è stato un fuoco di paglia. Le caratteristiche uniche e distintive, il numero di film prodotti e il vasto star system lo rendono comunque un cinema degno di figurare nella top ten.

Fuori dalla top ten: menzioni speciali
Per l'Europa: Svezia, Danimarca, Spagna, Polonia, Cecoslovacchia, Turchia
Per l'Africa: Nigeria, Egitto
Per l'Asia: Corea del Sud, Cina, Taiwan
per l'America Latina: Messico, Argentina, Brasile