mercoledì 30 settembre 2020

Adiós Quino!



Oggi è scomparso Joaquín Salvador Lavado Tejón, in arte Quino, il creatore di una delle strisce a fumetti più belle di tutti i tempi, l'argentina "Mafalda", ancora adesso attualissima e divertentissima come la prima volta. Grazie di tutto!

lunedì 10 agosto 2020

Non influenzate la vita dei pipistrelli!

Queste esilaranti istruzioni per l'utilizzo di "mini ventilatore" sono state tradotte evidentemente in maniera automatica da un'altra lingua (probabilmente l'inglese, ma passando a sua volta dal cinese).



Con qualche impegno è possibile comprendere l'origine di alcune delle frasi più buffe. "Non caricare per più di otto ore, in modo da non influenzare la vita dei pipistrelli" faceva sicuramente riferimento alla vita della batteria, che a causa di un'abbreviazione senza punto ("Bat life") ha creato questo bizzarro effetto sui chirotteri. Anche "addebitato" era probabilmente "charged" in originale. No comment sulle merci "pericolose e inspiegabili", e ci resterà per sempre il dubbio di cosa fa "la carta". Difficile infine determinare cosa significhi il magnifico "Quando sarai tu a capo del bagno", ma di certo il "battero" è sempre la batteria!

lunedì 6 luglio 2020

C'era una volta... Ennio



Oggi è morto Ennio Morricone, il mio compositore preferito della seconda metà del ventesimo secolo, quello che più di tutti ha saputo rappresentare e valorizzare la forma d'arte per eccellenza del Novecento, vale a dire il cinema. Lo ricordo con un mix di brani tratti da una delle sue colonne sonore più belle...


Ma merita anche questa splendida e commovente esecuzione per violino:

lunedì 22 giugno 2020

Il Signore degli Anelli con le spade laser

Una delle cose più belle del mondo!
(scusate, mi ritrovo in un periodo di revival tolkieniano).

venerdì 19 giugno 2020

LOTR Reunion

Nel giorno in cui diamo l'addio al grande Ian Holm, interprete di Bilbo Baggins, segnalo questa incredibile conversazione via Zoom, in tempi di quarantena, fra i protagonisti della trilogia cinematografica de "Il Signore degli Anelli".
Da guardare a tutto schermo, per ridere e commuoversi!



Il video fa parte di una serie di reunion che fanno incontrare dopo anni il cast di celebri film del passato, realizzate ai tempi del coronavirus. Ecco per esempio quelle dedicate a I Goonies, a Ritorno al futuro e a Ghostbusters.

giovedì 21 maggio 2020

I miei film western preferiti

Ecco la top ten dei miei western preferiti, un genere cinematografico che amo particolarmente. Ho cercato di inserire film di registi, periodi e filoni differenti, in modo da ampliare la varietà dei titoli rappresentati (l'unica eccezione è la presenza di due film di Sergio Leone, ma non potevo proprio fare altrimenti!).

1. C'era una volta il west (Sergio Leone, 1968)

Non è solo il mio western preferito, ma il mio film preferito in assoluto. Personaggi archetipici, scenari iconici, attori sublimi, tempi dilatati, una regia impeccabile e una colonna sonora da brividi. Cosa desiderare di più? Da vedere e rivedere.

2. Il mucchio selvaggio (Sam Peckinpah, 1969)

Il capolavoro del western crepuscolare, con una banda di "cattivi" che sacrificano ogni cosa in nome dell'amicizia. Caratterizzazioni sporche ma efficaci, una forte contestualizzazione storica e uno scontro finale cruento e indimenticabile.

3. Ombre rosse (John Ford, 1939)

Il film che ha reso grandi Ford e John Wayne, montaggio e inquadrature da manuale per un road movie che contrappone i pericoli esterni (gli indiani come forze della natura) a quelli interiori (le tensioni all'interno della diligenza).

4. Alba fatale (William A. Wellmann, 1943)

Un gioiello di denuncia sociale, cupo e non conciliante, basato su uno spunto semplice ma in grado di portare alla luce gli aspetti oscuri del west in un periodo in cui il filone doveva ancora affrancarsi dal suo lato eroico, ingenuo e ottimista.

5. Mezzogiorno di fuoco (Fred Zinnemann, 1952)

Il massimo esempio di come costruire attesa e suspense all'interno del genere, oltre a riflessioni e dilemmi sui temi della violenza e del pacifismo, la decostruzione di un personaggio e l'intepretazione più memorabile di Gary Cooper.

6. Il buono, il brutto, il cattivo (Sergio Leone, 1966)

L'epitome del western all'italiana, una pellicola epica e avventurosa, ambiziosa e divertente, ironica e spettacolare, che mette a confronto tre individualità mentre i grandi eventi storici fanno da sfondo alle loro traversie picaresche.

7. Gli spietati (Clint Eastwood, 1992)

I temi della giustizia e della vendetta, già visti più volte, riacquistano di colpo nuovo significato. Un filmone che, pur appoggiandosi sulle spalle dei giganti, ne è all'altezza: l'ultimo grande western che può fregiarsi del titolo di classico.

8. Un dollaro d'onore (Howard Hawks, 1959)

Nato come risposta a "Mezzogiorno di fuoco", ne è invece il degno complemento. La trama lineare, il setting circoscritto, le dinamiche fra i personaggi e i luoghi tipici del genere lo rendono forse uno dei western più universali di tutti i tempi.

9. Quel treno per Yuma (Delmer Daves, 1957)

Il ritratto dell'umanesimo, l'inedito rapporto fra il buono e il cattivo, la legge morale dentro di noi che ci spinge a compiere la scelta giusta anche di fronte alle avversità, un inno all'integrità che non ha mai perso il suo fascino.

10. Non sparare, baciami! (David Butler, 1953)

Titolo eccentrico in questa classifica, in rappresentanza di tutti quei western più "leggeri" e ingenui, popolati da cowboy canterini e pistoleri damerini, dove si amoreggia invece di spararsi addosso. La verve di Doris Day fa il resto.


La scelta non è stata facile, e molti sono i film meritevoli che sono rimasti fuori. Per non fare un torto a nessuno, ecco – in rigoroso ordine cronologico – una lista di altri 30 film di grande valore che non avrebbero certo sfigurato nella top ten.

La grande rapina al treno (Edwin S. Porter, 1903)
Il cavallo d'acciaio (John Ford, 1924)
Sfida infernale (John Ford, 1946)
Il massacro di Fort Apache (John Ford, 1948)
Il fiume rosso (Howard Hawks, 1948)
Sangue sulla Luna (Robert Wise, 1948)
Rancho Notorious (Fritz Lang, 1952)
Il cavaliere della valle solitaria (George Stevens, 1953)
Vera Cruz (Robert Aldrich, 1954)
Johnny Guitar (Nicholas Ray, 1954)
Wichita (Jacques Tourneur, 1955)
Sentieri selvaggi (John Ford, 1956)
Quaranta pistole (Sam Fuller, 1957)
I magnifici sette (John Sturges, 1960)
Sfida nell'Alta Sierra (Sam Peckinpah, 1962)
Per un pugno di dollari (Sergio Leone, 1964)
Faccia a faccia (Sergio Sollima, 1967)
Butch Cassidy (George Roy Hill, 1969)
La ballata di Cable Hogue (Sam Peckinpah, 1970)
Lo chiamavano Trinità (E.B. Clucher, 1970)
I compari (Robert Altman, 1971)
Corvo rosso non avrai il mio scalpo (Sidney Pollack, 1972)
L'ultimo buscadero (Sam Peckinpah, 1972)
Nessuna pietà per Ulzana (Robert Aldrich, 1972)
Lo straniero senza nome (Clint Eastwood, 1973)
Pat Garrett e Billy the Kid (Sam Peckinpah, 1973)
Il texano dagli occhi di ghiaccio (Clint Eastwood, 1976)
I cavalieri dalle lunghe ombre (Walter Hill, 1980)
I cancelli del cielo (Michael Cimino, 1980)
Balla coi lupi (Kevin Costner, 1990)

giovedì 30 aprile 2020

Ancora sulla nuova traduzione del Signore degli Anelli

Qualche mese fa avevo già detto la mia sulla nuova traduzione del "Signore degli Anelli", spiegando come la trovavo esteticamente brutta rispetto alla precedente, anche senza considerare l'effetto nostalgia o la coerenza con gli adattamenti cinematografici. Vorrei tornare sull'argomento, perché nel frattempo è accaduto qualcosa di nuovo: la casa editrice Bompiani ha ritirato dal commercio la vecchia traduzione, che non verrà più ristampata e sarà dunque completamente rimpiazzata dalla nuova (in un primo momento sembrava che le due versioni avrebbero potuto coesistere, lasciando al lettore libertà di scelta). Mi sembra un'operazione simile a quelle compiute dalle case cinematografiche che commissionano ridoppiaggi di vecchi film o li rieditano con alterazioni digitali (George Lucas, anyone?), togliendo al contempo le vecchie edizioni dal mercato in modo da renderle progressivamente irreperibili. E al netto dei vari retroscena e delle diatribe dietro le quinte, mi pare la conferma di ciò che pensavo da tempo: la scelta di commissionare una nuova traduzione del romanzo di Tolkien non era dovuta a motivi artistici, e men che meno al desiderio di correggere gli "errori" della vecchia versione, come vedremo, ma a ragioni puramente commerciali. Evidentemente la casa editrice non voleva più pagare i diritti della vecchia traduzione (ricordiamo che la Bompiani la "ereditò" dalla Rusconi), scaduti a fine 2018, e ha preferito commissionarne una nuova, che fosse di sua "proprietà".



Cito un aneddoto personale. Anni fa fui incaricato di tradurre in italiano un gioco di carte collezionabili ispirato a un celebre romanzo. Il committente mi chiese esplicitamente di rendere tutte le frasi di tale romanzo, citate nelle carte, in maniera diversa rispetto all'edizione già pubblicata in Italia, proprio perché i diritti del gioco non comprendevano anche quelli della traduzione italiana in commercio. Fui costretto così ad alterare "a forza" ogni frase, ogni passaggio, ogni nome rispetto alla traduzione già esistente, ricorrendo a volte anche a soluzioni infelici. In quest'ottica mi sembra che si possa spiegare perché il nuovo traduttore Ottavio Fatica si sia premurato di cambiare ogni cosa (dai nomi dei personaggi e dei luoghi alle poesie, dai registri linguistici fino ai titoli stessi dei capitoli: già il primo, per esempio, "Una festa a lungo attesa", diventa "Una festa attesa a lungo"): era la missione che gli era stata affidata per evitare contenziosi legali. Alla luce di questo, risulta ancora più pretestuosa l'arroganza con cui lo stesso Fatica ha bollato la vecchia traduzione di Vicky Alliata, accusandola in pubblico di contenere "cinquecento errori a pagina". Tacendo, invece, sui reali motivi!



Benché la traduzione classica non fosse certo perfetta e avesse i suoi bravi difetti (anche perché era il frutto, ricordiamolo, di rimaneggiamenti da parte di Quirino Principe: in gran parte migliorativi, è vero, ma che in alcuni punti portavano a una mancanza di coerenza interna, per esempio nei cognomi dei quattro hobbit protagonisti che non erano stati "tradotti" o italianizzati come invece quelli degli hobbit minori: Serracinta, Bolgeri, Tronfipiede, ecc.), quella nuova non solo non "suona" migliore, anzi è spesso sgradevole, ma a sua volta non è esente da un'assoluta mancanza di coerenza interna. Guardiamo per esempio proprio i nomi e i cognomi degli hobbit: in alcuni casi Fatica li "italianizza", come Samplicio e Brandaino al posto di Samwise e Brandybuck, mentre in altri li riporta alla grafia inglese, come Pippin e Took per Pipino e Tuc. Il motivo è chiaro: cambiare il più possibile, cambiare ogni cosa. In meglio o (spesso) in peggio, non importa. Che invece ci si volesse programmaticamente staccare dalla traduzione precedente per motivi "politici" o ideologici (vedi anche l'endorsement di Wu Ming 4) non vorrei nemmeno pensarlo, tanto mi sembrerebbe uno scenario al limite del ridicolo.



Tornando nel merito, ho trovato su un blog un'interessante serie di articoli (qui la prima parte, qui la seconda e qui la terza) che analizzano la nuova traduzione da un punto di vista puramente linguistico. Sono molto circostanziati e affrontano vari aspetti legati ai registri e alla terminologia (anche se ovviamente quanto ipotizzato sulle reali esigenze della nuova traduzione rende superflue molte considerazioni). Un'altra bella recensione è questa su Youtube. Concludo raccomandando a chi possiede le vecchie versioni di tenersele strette, e a coloro che malauguratamente non avessero ancora letto Tolkien, e volessero farlo, di recuperarle sul mercato dell'usato o in altri modi (in formato elettronico, per esempio).

domenica 12 aprile 2020

JoJo: distanziamento sociale

Anche Giorno e Trish lo hanno capito!
(da "Le bizzarre avventure di JoJo - Golden Wind", episodio 36)



venerdì 27 marzo 2020

Dylan Dog: restate a casa!

Anche Tiziano Sclavi, il (solitamente elusivo) creatore di Dylan Dog, ha voluto contribuire a incitare la gente a rimanere a casa in questi giorni difficili per non diffondere il contagio di coronavirus (Covid-19). Lo ha fatto tramite un video, che lo ritrae nel suo studio, e una tavola a fumetti con protagonista l'indagatore dell'incubo, disegnata dall'ottimo Sergio Gerasi.

giovedì 12 marzo 2020

L'omeopatia ai tempi del coronavirus



Una delle (poche) cose positive dell'attuale pandemia di coronavirus è che sta mettendo a tacere le voci dei vari antivaccinisti, omeopati e ciarlatani vari. Non so se abbiano cambiato idea, se hanno soltanto scelto di restare per un po' in silenzio o se, semplicemente, i media hanno smesso di far loro da cassa di risonanza. Ho letto oggi la notizia che la Boiron, il colosso mondiale dell'omeopatia, chiuderà 13 dei suoi 31 laboratori in Francia. Quello transalpino è ancora il principale mercato dell'azienda (con il 60% delle vendite!), ma da gennaio 2020 la quota di rimborso dei prodotti da parte delle assicurazioni sanitarie è scesa dal 30% al 15%, con l'intenzione del governo di portarla allo 0% dal 2021: la cosa ha scatenato l'ira della multinazionale, che ha giustificato la decisione di sopprimere 636 posti di lavoro con "gli attacchi virulenti, ingiustificati e reiterati contro l'omeopatia in Francia". C'è da aggiungere che nel 2019 il giro d'affari è sceso a 557 milioni di euro (–8,6%) e che le vendite sono calate in Francia (–12,6%) così come in tutto il mondo, "tranne che in Italia e in Russia" (purtroppo!). Speriamo che un'emergenza sanitaria come quella che stiamo vivendo inizi a insegnare anche a noi a distinguere fra la scienza reale e quella immaginaria.

giovedì 30 gennaio 2020

Gialli senza cinesi



No, l'attuale epidemia di virus dalla Cina non c'entra. Scrivo questo post perché mi è capitato sott'occhio per caso un "decalogo" per la scrittura di romanzi gialli deduttivi (i classici whodunit alla Agatha Christie, per intenderci), compilato nel 1929 da Ronald A. Knox. Questi era un teologo (!) inglese, amico di Gilbert Keith Chesterton (l'autore di "Padre Brown"), con cui condivideva la passione per i romanzi gialli, tanto che ne scrisse alcuni a sua volta. Il suo decalogo espone le regole da rispettare assolutamente quando si realizzano opere di questo tipo:

1) Il colpevole deve essere menzionato o comparire sin dalle prime pagine della storia, ma il lettore non deve avere accesso ai suoi pensieri.
2) Vanno esclusi tutti gli elementi o gli interventi soprannaturali.
3) Non è consentito più di un passaggio o di una stanza segreta.
4) Non deve essere impiegato un veleno sconosciuto, né qualsiasi apparato che richieda alla fine una lunga spiegazione scientifica.
5) Nella storia non deve esserci nessun personaggio cinese.
6) Nessun evento casuale deve aiutare l'investigatore, né questi può avere un'intuizione inspiegabile che però si dimostri corretta.
7) Il colpevole del crimine non può essere il detective stesso.
8) L'investigatore è obbligato ad esporre al lettore ogni indizio rinvenuto durante la storia.
9) La "spalla" del detective (il dottor Watson di turno) non deve nascondere al lettore nessun pensiero che gli passi per la mente: la sua intelligenza deve essere inferiore, anche se di poco, a quella del lettore medio.
10) Non possono apparire fratelli gemelli, o in generale sosia, a meno che non siano stati introdotti in anticipo.
Ora, la maggior parte di queste regole sembra chiara e ragionevole (anche se illustri scrittori, la stessa Agatha Christie in primis, hanno giocato a infrangerle consapevolmente, benché normalmente una sola alla volta, un po' come era permesso fare nel decalogo "Dogma 95" di Lars von Trier). Ma la quinta regola risulta alquanto bizzarra: perché non possono esserci personaggi cinesi?

Chi conosce la letteratura popolare e pulp di inizio ventesimo secolo può immaginare la risposta: all'epoca il cinese malvagio e intrigante era un vero e proprio cliché, pigro e ricolmo di stereotipi razziali, la personificazione del "pericolo giallo", e aveva dato origine a centinaia di personaggi della letteratura noir, d'avventura e d'evasione (uno dei più noti è probabilmente il Fu Manchu di Sax Rohmer). Knox scriveva: "Non vedo ragione perché un cinese debba rovinare un bel racconto giallo. Se, girando le pagine di un romanzo sconosciuto in una libreria, incappate nella descrizione degli occhi stretti e biechi di Chin Loo, evitate quella storia: non è buona".

Chiudo ricordando che anche il celebre giallista S.S. Van Dine, nel 1928, aveva pubblicato un articolo intitolato "Twenty Rules for Writing Detective Stories". Nel suo caso, le regole da seguire sono venti: molte sono simili a quelle di Knox (benché non si menzionino i cinesi), ma non mancano quelle curiose anche se in fondo comprensibili ("Non ci dev'essere una storia d'amore troppo interessante").

mercoledì 1 gennaio 2020

Il 2019 al cinema

Il 2019 è stata un'annata davvero soddisfacente per le mie visioni cinematografiche. Nel corso dell'anno solare ho visto in sala 57 film, molti dei quali di ottimo livello. Cosa mi è piaciuto di più e cosa meno? Fra i titoli migliori dell'anno indicherei senza dubbio "Parasite" del coreano Bong Joon-ho, "La favorita" di Yorgos Lanthimos, "La casa di Jack" di Lars von Trier e "Joker" di Todd Phillips: si tratta della mia personale quaterna dell'anno. Ottimi anche "I figli del fiume giallo" di Jia Zhang-ke, "Dolor y gloria" di Pedro Almodóvar, "Les misérables" di Ladj Ly, "Grazie a Dio" di François Ozon, "L'ufficiale e la spia" di Roman Polanski e il "Pinocchio" di Matteo Garrone. Fra le sorprese, cito "Los silencios" di Beatriz Seigner, "Atlantis" di Valentyn Vasyanovych, "Les enfants d'Isadora" di Damien Manivel e "All this victory" di Ahmad Gossein. A buon diritto nella lista dei bei film dell'anno, infine, finiscono anche "I fratelli Sisters" di Jacques Audiard, "Ema" di Pablo Larraín, "Bohemian Rhapsody" di Bryan Singer, "Ancora un giorno" di Raúl de la Fuente e Damian Nenow e "Avengers: Endgame" di Anthony e Joe Russo, nonché un recupero d'epoca, "Estasi" (1933) di Gustav Machatý.

Nella parte intermedia di questa classifica colloco diversi film comunque belli, intendiamoci, ma che per una ragione o per l'altra non mi hanno proprio convinto completamente o che comunque ritengo inferiori a quelli citati prima. A cominciare dal premio Oscar "Green book" di Peter Farrelly, seguito da "C'era una volta a... Hollywood" di Quentin Tarantino, "Ritratto della giovane in fiamme" di Céline Sciamma, "Il paradiso probabilmente" di Elia Suleiman, "Mademoiselle" di Park Chan-wook, "Yesterday" di Danny Boyle, "Le verità" di Hirokazu Koreeda, "Hotel by the river" di Hong Sang-soo, "Burning – L'amore brucia" di Lee Chang-dong e "La mia vita con John F. Donovan" di Xavier Dolan. Aggiungo a questi anche alcuni titoli visti ai festival, come "Adults in the room" di Costa-Gavras, "No. 7 Cherry Lane" di Yonfan, "The day I lost my shadow" di Soudade Kaadan, "Baby" di Liu Jie, "Youth" di Feng Xiaogang, "Nafi's father" di Mamadou Dia, "Babyteeth" di Shannon Murphy, "Gloria mundi" di Robert Guédiguian, nonché un'altra buona pellicola Marvel, "Spider-Man: Far from home" di Jon Watts.

Infine, le note dolenti. Mi hanno deluso, o comunque mi aspettavo di meglio, "Ad astra" di James Gray, "Il sindaco del rione sanità" di Mario Martone, "I morti non muoiono" di Jim Jarmusch, "Ralph spacca internet" di Phil Johnston e Rich Moore e il tanto atteso "Star Wars: L'ascesa di Skywalker" di J.J. Abrams. Lo stesso vale per alcuni film visti ai festival come "The wild goose lake" di Diao Yinan, "Love me tender" di Klaudia Reynicke, "Divine wind" di Merzak Allouache, "Bulbul can sing" di Rima Das, "Freedom fields" di Naziha Arebi, "Camille" di Boris Lojkine, "You will die at 20" di Amjad Abu Alala, "Dreamaway" di Marouan Omara e Johanna Domke, "A girl missing" di Koji Fukada e "Saturday fiction" di Ye Lou. Scendendo ancora nella classifica, pollice decisamente verso per "Fiore gemello" di Laura Luchetti e "X-Men: Dark Phoenix" di Simon Kinberg. E soprattutto per il sudafricano "Flatland" di Jenna Bass, il film peggiore dell'anno fra quelli visti al cinema. (Tutti i link portano alle corrispondenti recensioni sul mio blog cinematografico, "Tomobiki Märchenland".)

domenica 8 dicembre 2019

Tosca (La Scala 2019)



È stata una "Tosca" monumentale e cinematografica quella che ha aperto la stagione 2019/20 della Scala. Il regista Davide Livermore ha realizzato un allestimento che, pur restando fedele all'ambientazione originale (non siamo di fronte a una rilettura moderna: la vicenda è rappresentata come se avvenisse effettivamente nella Roma del 14 giugno 1800, il giorno della battaglia di Marengo, citata nei dialoghi), la spettacolarizza con scenografie mobili (la chiesa che si innalza nel primo atto, lasciando Scarpia su un livello "infernale" più basso), effetti speciali (i quadri semoventi, muti testimoni del delitto del secondo atto) e la presenza di molte comparse in vere e proprie scene di massa. D'altronde Livermore stesso ha commentato come Tosca abbia "una delle partiture più perfette [di Puccini], ai limiti dello storyboard cinematografico". Il risultato è stato davvero degno di una prima visione in tv o della trasmissione in diretta nelle sale cinematografiche di tutto il mondo, e devo dire (pur non essendo un amante particolare di quest'opera, che chissà perché non mi ha mai conquistato come invece hanno fatto altri lavori di Puccini) che mi è piaciuto molto, perché non ha sacrificato i cantanti, né li ha costretti ad esibirsi mentre interagivano in modo contorto con la coreografia. Cantanti che peraltro sono sembrati decisamente all'altezza, sia dal punto di vista vocale che da quello delle interpretazioni (le espressioni dei volti ne veicolavano le passioni come attori consumati, calandoli magistralmente nei loro personaggi). Meritate le ovazioni per Anna Netrebko (ormai la prima donna ufficiale del teatro milanese), per il tenore Francesco Meli (un Cavaradossi eroico e stoico) e il baritono Luca Salsi (uno Scarpia perfido e di grande personalità). Ottimi pure i comprimari, su tutti un grande Alfonso Antoniozzi (il sacrestano). La direzione di Chailly, che ha scelto di rifarsi alla stesura originale dell'opera, prima dei successivi rimaneggiamenti del compositore (ma non ci sono poi enormi differenze) è stata efficace ed enfatica. Da brividi, in particolare, l'esecuzione del pezzo forte dell'opera, "E lucevan le stelle" nel terzo atto. Terzo atto che ha forse le uniche due cose non brutte, ma da elaborare: un Castel Sant'Angelo che ricorda la Torre di Cirith Ungol, e una Tosca che nel finale, invece di gettarsi giù, viene "assunta in cielo". Qualche dubbio anche sui costumi di Tosca, un po' kitsch (niente da dire su quelli degli altri). Molti gli applausi finali.


lunedì 28 ottobre 2019

Anche Tolkien ha il suo Cannarsi?

Ho appena scoperto che sta per uscire una nuova traduzione italiana del mio romanzo preferito, “Il Signore degli Anelli” di J.R.R. Tolkien. E promette di essere tremenda. Firmata da Ottavio Fatica, si proporrebbe di essere più fedele allo stile originale dell'autore: ma proprio per questo rischia di andare contro alle intenzioni dello stesso Tolkien, oltre che alle regole dell'adattamento e del buon senso.



Ma andiamo per ordine. La traduzione “storica” del libro di Tolkien in italiano fu realizzata nel 1967 da Vicky Alliata di Villafranca, all'epoca appena diciassettenne, per la casa editrice Astrolabio, che però pubblicò soltanto il primo (“La compagnia dell'anello”) dei tre volumi che compongono la trilogia. Quando nel 1970 Rusconi editò il romanzo in forma integrale, la traduzione di Alliata – che in ogni caso era stata approvata da Tolkien stesso – venne mantenuta, anche se leggermente rimaneggiata dal curatore Quirino Principe. È su questa versione che sono stati modellati anche i dialoghi italiani dei fortunati film di Peter Jackson, sull'onda del cui successo Bompiani pubblicò nel 2003 un'edizione ulteriormente rivista in alcuni dettagli, a cura della Società Tolkieniana Italiana.

La nuova traduzione che arriverà in libreria dal 30 ottobre, però, è tutt'altra cosa. Basta leggere alcuni esempi presi a caso dal primo capitolo (qui l'anteprima) per rendersi conto di quale bruttura si tratti.

VECCHIA TRADUZIONE

NUOVA TRADUZIONE

UNA FESTA A LUNGO ATTESA
Quando il signor Bilbo Baggins di Casa Baggins annunziò che avrebbe presto festeggiato il suo centoundicesimo compleanno con una festa sontuosissima, tutta Hobbiville si mise in agitazione.

UNA FESTA ATTESA A LUNGO
Quando il signor Bilbo Baggins di Casa Baggins annunciò che presto avrebbe festeggiato il suo undicentesimo compleanno con una festa oltremodo fastosa, i commenti e i fermenti a Hobbiton si sprecarono.

«Hai ragione, Nonno!», disse il Gaffiere. «I Brandibuck non vivono nella Vecchia Foresta, tuttavia sono proprio una strana razza. Trafficano con barche su quel grande fiume, e non è una cosa normale. Non ci sarebbe da stupirsi se un giorno o l'altro capitasse loro qualche guaio. Comunque, di Hobbit gentili come il signor Frodo è difficile incontrarne.

“Hai ragione, Nonno!” disse il Veglio. “Non che i Brandaino di Landaino vivano dentro la Vecchia Foresta; però per essere una strana genìa lo sono. Si trastullano in barca su e giù per quel grande fiume – e questo non si fa. Per forza poi capitano i guai, dico io. Ma comunque sia, un giovane hobbit ammodo come il signor Frodo è raro incontrarlo.

«Conosco la metà di voi soltanto a metà; e nutro, per meno della metà di voi, metà dell'affetto che meritate». Era una frase inattesa e piuttosto intricata. Ci furono uno o due applausi qua e là, ma la maggior parte delle persone era troppo intensamente occupata a sbrogliarla per rendersi conto se era un complimento.

Metà di voi non la conosco neanche per metà come mi piacerebbe: e meno della metà di voi mi piace la metà di quanto merita. Questo giunse inaspettato e risultò alquanto ostico. Non mancò qualche applauso sporadico, ma i più cercavano di capire se andava preso come un complimento.

La Via prosegue senza fine
Lungi dall'uscio dal quale parte.
Ora la Via è fuggita avanti,
Devo inseguirla ad ogni costo
Rincorrendola con piedi alati
Sin all'incrocio con una più larga
Dove si uniscono piste e sentieri.
E poi dove andrò? Nessuno lo sa.

La Strada se n'va ininterrotta
A partire dall'uscio onde mosse.
Or la Strada ha preso una rotta,
Che io devo seguir, come posso,
Perseguirla con passo solerte,
Fino a che perverrà a un gran snodo
Ove affluiscono piste e trasferte.
E di poi? Io non so a quale approdo.


Non metto a confronto anche la versione originale, perché qui non si tratta di determinare quale traduzione sia la più fedele. Per essere fedeli basta anche Google Translate (con qualche controllo e revisione umana, ovviamente). Ma il risultato deve anche tenere conto della lingua d'arrivo, del registro e del lettore cui si rivolge. I “tradimenti” sono più che benvenuti, se lo spirito (non la lettera) dell'originale è mantenuto.

Qui invece, come si vede dagli esempi sopra riportati, esattamente come nel caso di Gualtiero Cannarsi e dei suoi ottusi adattamenti dei film d'animazione dello Studio Ghibli, siamo di fronte a una versione italiana che in nome di un'estrema (e ideale) fedeltà all'originale smarrisce ogni senso estetico o poetico, ogni suggestione (che sia di registro mitico o quotidiano), ogni scorrevolezza del linguaggio ("però per essere una strana genìa lo sono" sembra proprio una frase in Cannarsese), ogni riferimento all'immaginario condiviso fra scrittore e lettore, e ovviamente ogni aggancio agli elementi con cui Tolkien e il suo mondo sono ormai entrati nella memoria collettiva (anche attraverso i film, certo).

Al di là della farraginosità e della cacofonia ("undicentesimo"??? "una festa oltremodo fastosa"??? "si trastullano"???), è anche poco coerente. Il cognome Tuc torna alla grafia Took, ma Brandybuck diventa Brandaino. Hobbiville ridiventa Hobbiton (e pazienza se il lettore italiano non capirà più di primo acchito che si tratta di un toponimo, come invece il suffisso "-ton" comunicava subito al suo omologo britannico), ma Samwise si trasforma in Samplicio (!?!). L'intenzione di lasciare nomi e termini in inglese in nome della fedeltà all'originale, evidentemente, si attua a corrente alternata. Sembra quasi che Fatica abbia voluto fare un oltraggio alla bella e suggestiva (quella sì) traduzione di Alliata, compiendo tutte scelte opposte alle sue, a prescindere (a cominciare da "Una festa a lungo attesa" che diventa "Una festa attesa a lungo", senza motivo). E fregandosene (alla Cannarsi) del pubblico di destinazione. Se "Steward", per esempio, evoca un'immagine precisa nella mente del lettore inglese, così come più o meno lo faceva "Sovrintendente" (perfettamente comprensibile nel suo contesto), cosa mai può comunicare "Castaldo" a un normale lettore italiano?

Non ci resta che sperare che questa brutta traduzione, figlia com'è di un momento storico dominato dalla sciatteria e dalla mania della fedeltà a tutti i costi (vedi anche il caso "Star Wars"), faccia la fine che meriti e finisca nel dimenticatoio, rapidamente com'è arrivata. Allora i fan patologici del "fedele" potranno fare la cosa più giusta: leggersi il libro direttamente in inglese.

sabato 10 agosto 2019

Bonelli: il ritorno di vecchi eroi

In un periodo di crisi del fumetto (dovuto anche, in gran parte, alla crisi delle edicole, il luogo di distribuzione per eccellenza del fumetto popolare) e di fronte agli scarsi risultati di vendita ottenuti dalle nuove proposte (anche quando si tratta di serie di qualità, come il “Mercurio Loi” di Alessandro Billotta o i “Cani sciolti” di Gianfranco Manfredi), la Sergio Bonelli Editore sembra aver deciso di ricorrere al proprio glorioso passato. Si spiega così la decisione di riportare in edicola alcuni personaggi e testate che avevano già concluso da anni la propria vita editoriale. Nel corso dell'estate hanno dunque fatto il loro ritorno sugli scaffali, sotto forma di miniserie o di albi inseriti in collane antologiche, character come Mister No (non si vedeva dal 2006), Napoleone (idem) e Magico Vento (assente dal 2010). E presto ne torneranno altri, come Nick Raider.

La cosa, sinceramente, mi fa piacere, e non solo perchè di molti di questi personaggi ero affezionato lettore. Che la casa editrice si renda conto di avere un patrimonio iconico e culturale sotto forma di “proprietà intellettuali” (si chiamano così, oggigiorno) e che sarebbe un peccato sprecarlo, non può che rendermi felice. Il mercato editoriale sta cambiando, le serie potenzialmente infinite non esistono più o comunque è difficile crearne di nuove. E allora che male c'è nel rivedere vecchi amici, ogni tanto, come protagonisti di miniserie di tre o quattro numeri? Speriamo solo che la qualità non lasci a desiderare. Per ora ho letto i primi numeri delle nuove avventure di Magico Vento e Napoleone, e per fortuna sembra quasi che il tempo non sia mai passato (aiuta certo il fatto che, a firmare le storie, sono gli stessi creatori di un tempo).

domenica 30 giugno 2019

Adiós Mordillo!



Ieri se n'è andato Guillermo Mordillo, vignettista e illustratore argentino, celebre per i suoi omini col nasone, le sue giraffe, ma soprattutto il suo umorismo semplice, geniale e dissacrante. Il suo linguaggio, che puntava sull'immagine e la caricatura ma non sulle parole, era universale: impossibile non averlo amato!

sabato 29 giugno 2019

Evangelion: Cannarsi ha cannato... ancora


In seguito alle numerose proteste da parte del pubblico sulla scarsa qualità dell'adattamento, Netflix ha annunciato di aver ritirato la nuova traduzione italiana della serie animata giapponese “Neon Genesis Evangelion”, che per ora resterà disponibile sulla piattaforma televisiva on demand soltanto nella versione originale con sottotitoli.



Per motivi di diritti, Netflix non aveva potuto usare il doppiaggio storico e ne aveva dunque commissionato uno nuovo di zecca: purtroppo, a occuparsi del nuovo adattamento è stato Gualtiero Cannarsi, già tristemente noto per l'inqualificabile lavoro effettuato sui film dello Studio Ghibli. Convinto che una traduzione debba essere il più letterale possibile (a costo di mantenere la struttura formale e la sintassi della lingua di partenza, inventandosi parole che in italiano non esistono o ripescandone di astruse e desuete), insomma proprio il contrario di quello che dovrebbe fare un buon adattatore (cioè risultare "invisibile" allo spettatore o al fruitore finale, che in teoria non dovrebbe nemmeno accorgersi di assistere a un adattamento), Cannarsi ha rovinato tanti ottimi film e serie animate.

Prima o poi doveva capitare. Fan di anime improvvisatosi traduttore e adattatore (fu “raccomandato” alla casa distributrice Lucky Red da una cinquantina di suoi amici e colleghi di forum, all'epoca dell'uscita del film di Hayao Miyazaki “Il castello errante di Howl"), Cannarsi ha giocato troppo con il fuoco e si è scottato. Finché si occupava soltanto dei film dello Studio Ghibli, capolavori assoluti del cinema di animazione ma in fondo pur sempre prodotti di nicchia, i risultati del suo “lavoro” erano rimasti confinati presso un'isola felice dove in pochi si rendevano conto che il linguaggio desueto e astruso dei lungometraggi da lui adattati era il frutto non delle intenzioni originali degli autori, ma di una scelta impazzita dell'adattatore. Che un padre, trovando la figlia in biblioteca, esclamasse “Quale rarità!” anziché un più naturale “Che strano!”, lasciava lo spettatore con l'impressione che il registro dei dialoghi non fosse proprio coerente, ma poi se ne dimenticava. Che al posto di “Grazie mille” tutti dicessero sempre “La ringrazio infinitamente” poteva sembrare persino una nota di colore. E pazienza anche se ogni tanto si udivano frasi come “Il predisporre l'invio dell'indomani si è protratto”, o “A stare a divertirvi da queste parti finirete per farvi rapire in compagnia”: magari i giapponesi, avrà pensato lo spettatore, parlano davvero così. A vedere questi film al cinema, o a comprarne i DVD, sono poche decine di migliaia di persone, quando va bene. (Per chi voglia approfondire, all'indecente operato del Cannarsi riguardo ai film Ghibli sono dedicate intere pagine Facebook, come questa e questa. Ogni protesta rivolta alla Lucky Red è sempre caduta nel vuoto).


Ma ora la musica è cambiata. Lavorare per Netflix significava rivolgersi a una platea, quella della tv on demand, molto più ampia rispetto a quella delle sale cinematografiche. E questi spettatori non hanno affatto gradito il linguaggio astruso, le convoluzioni, le ripetizioni o la fuga dai sinonimi che caratterizzano la nuova edizione di una serie di culto. Ecco alcuni esempi di frasi che Cannarsi fa pronunciare ai suoi personaggi (oltre a quella nel video in apertura di questo post): “Ci è giunto comunicato che hanno già completato di prendere rifugio”, “Nessuna recalcitranza!”, “S’è fatta guerra in modo talmente vistoso che era dentro la città”. L'ondata di protesta è stata tanto forte e ad ampio raggio da raggiungere prima i media generalisti (dove persino il direttore del doppiaggio, il veterano Fabrizio Mazzotta, ha preso le distanze dal suo "collega") e poi da costringere la piattaforma alla scelta radicale di ritirare il doppiaggio italiano, con la promessa prima o poi di rifarlo ex novo.


Uno smacco per Cannarsi, una disfatta per la sua scuola di pensiero e probabilmente un episodio che limiterà (per fortuna) la sua carriera futura. Certo, avrà contribuito il fatto che molti spettatori ricordavano la vecchia traduzione italiana della serie (alla quale, per ironia della sorte, aveva collaborato lo stesso Cannarsi: che diciannove anni fa era forse troppo giovane e privo di “autorità” per imporre le proprie idiosincrasie al direttore del doppiaggio), e scoprire che un prodotto che avevano amato in passato è stato stravolto in questo modo indegno non ha fatto certo piacere.

Da dove nasce l'errore di Cannarsi? Dalla convinzione che un traduttore debba rispettare alla lettera (nei contenuti ma anche nella forma, appunto) il testo originale, quando invece quello che va mantenuto è il senso di ciò che si voleva comunicare, adattando tutto il resto secondo i contesti, i registri e le regole della lingua di arrivo, anche tenendo conto delle differenze culturali del pubblico di riferimento. Pubblico che invece il Cannarsi non sembra avere in grande considerazione, se è vero che ha affermato: “Il mio ideale referente è il testo originale, non il pubblico”. Una dichiarazione che sarebbe anche interessante, e potrebbe portare a riflessioni costruttive (la fruibilità di un'opera è più importante dell'opera stessa?) se non nascondesse in realtà un approccio sbagliato alla questione.


La forma mentis di Cannarsi è probabilmente il frutto delle frustrazioni che tutti gli appassionati di anime hanno dovuto subire negli anni ottanta e nei primi anni novanta, quando gli adattamenti delle serie giapponesi (soprattutto quelle trasmesse sui canali Mediaset) soffrivano del problema opposto: assoluta mancanza di fedeltà all'originale, al punto da eliminare persino ogni riferimento alla loro origine nipponica (i nomi dei personaggi diventavano Johnny, Sabrina e Tinetta, le scene più "adulte" o complesse venivano tagliate, e lo stesso capitava a quelle in cui – non sia mai! – comparivano sullo schermo degli ideogrammi o qualsivoglia elemento che indicasse che la storia si svolgesse in Giappone). Per questo, arrivato sul ponte di comando, Cannarsi ha deciso di passare all'altro estremo, traducendo alla lettera ogni termine, ogni forma colloquiale, ogni riferimento culturale, infischiandosene del risultato farraginoso che impedisce a uno spettatore di fruire dell'opera in maniera naturale, impegnato com'è a interrogarsi ogni secondo su che cosa abbiano detto i personaggi, di fatto "uscendo" continuamente dalla storia che sta guardando.

Insomma: G. C. rappresenta tutto ciò che un buon traduttore o adattatore non deve essere. E finalmente il suo lavoro ha ricevuto una ricusazione ufficiale. Certo, sarebbe bello se anche la Lucky Red ammettesse una buona volta il suo errore e cominciasse a pensare a una riedizione, con nuovo adattamento e doppiaggio, dei tanti bellissimi film di Miyazaki e compagni finora rovinati perché tradotti in una "neolingua" che non è italiano. Per ora non sembra avere l'intenzione di farlo, ma chissà che in futuro non veda la luce.

lunedì 8 aprile 2019

Film di supereroi... ante litteram

Cosa sarebbe successo se l'attuale "boom" dei film di supereroi fosse avvenuto un po' prima? Magari negli anni '70, quando il cinema italiano di genere spopolava? Forse avremmo avuto pellicole come queste (fonte):


E se invece fosse accaduto durante la Golden Era di Hollywood? Ecco come il disegnatore Joe Philips si è immaginato la cosa (fonte):

venerdì 5 aprile 2019

Topolino 3306

Come ho già scritto in passato, da tempo non leggo più regolarmente "Topolino". Ma mi capita ancora di acquistare ogni tanto qualche numero particolare, come quelli celebrativi: è accaduto con questo, che festeggia i 70 anni del settimanale in formato "libretto" (il cui primo numero uscì appunto nell'aprile 1949, sostituendo il precedente formato noto come "Topolino giornale"), anche perché vi era allegato un fascicolo speciale che ripercorre tutta la storia della rivista. Se ho apprezzato la copertina di Giorgio Cavazzano che fa il verso a quella dello storico numero 1, per quanto riguarda i contenuti sono rimasto però abbastanza deluso. E non solo per l'assenza di una storia, appunto, celebrativa, come mi sarei aspettato di trovare. Quelle presenti nel fascicolo mi sono parse tutte assai mediocri sia sul versante delle sceneggiature che su quello dei disegni: meccaniche le prime, che aspirano a essere sofisticate ma senza naturalezza e trasparenza (per non parlare dell'afflato avventuroso, del tutto assente), dal montaggio confuso (vedi gli occasionali scartamenti temporali da una vignetta all'altra) e talvolta pretenziose (con l'uso di parole inglesi come "orienteering", quando c'era a disposizione l'italiano "orientamento"); goffi e sgradevoli i secondi, con personaggi talvolta deformi e stilizzati, senza però la qualità artistica di un Celoni o un Cavazzano, appunto. Aggiungiamoci personaggi che ormai sono diventati macchiette di sé stessi, utilizzati non come "attori" delle storie ma soltanto in funzione delle loro caratteristiche distintive (esempi: Pico o Paperoga). Di tutte le storie contenute nel volumetto, salverei solo quella breve di Silvia Ziche, la più semplice e simpatica. Rispetto all'ultimo "Topolino" che avevo acquistato (circa un duecento numeri fa), ho trovato peggiorata anche la grafica del sommario e delle pagine interne, confusa e sovraccarica, e persino il lettering, che da sempre è stato uno dei punti di forza del settimanale. Insomma: un numero celebrativo così importante, oggetto anche di una campagna pubblicitaria in tv, che potrebbe finire nelle mani di un lettore occasionale, avrebbe sicuramente meritato di meglio, a partire da una storia firmata dagli autori di punta della rivista.

lunedì 18 marzo 2019

JoJo 5: Golden Wind - Nuove sigle

Superata la metà della quinta stagione (ambientata interamente in Italia), la serie animata de "Le bizzare avventure di JoJo" ha presentato delle nuove sigle di apertura e di chiusura, che probabilmente ci accompagneranno fino al gran finale (anche se non mi stupirei di vedere apportate delle modifiche, una volta che il volto del principale antagonista, Diavolo, sarà rivelato).

L'opening, intitolata "Uragirimono no requiem" ("Il requiem dei traditori") è interpretata da Daisuke Hasegawa, che già aveva cantato una delle sigle della quarta serie.


L'ending, invece, è "Modern crusaders" del gruppo Enigma (che comprende una campionatura di "O fortuna" dai "Carmina burana" di Carl Orff).