lunedì 8 aprile 2019

Film di supereroi... ante litteram

Cosa sarebbe successo se l'attuale "boom" dei film di supereroi fosse avvenuto un po' prima? Magari negli anni '70, quando il cinema italiano di genere spopolava? Forse avremmo avuto pellicole come queste (fonte):


E se invece fosse accaduto durante la Golden Era di Hollywood? Ecco come il disegnatore Joe Philips si è immaginato la cosa (fonte):

venerdì 5 aprile 2019

Topolino 3306

Come ho già scritto in passato, da tempo non leggo più regolarmente "Topolino". Ma mi capita ancora di acquistare ogni tanto qualche numero particolare, come quelli celebrativi: è accaduto con questo, che festeggia i 70 anni del settimanale in formato "libretto" (il cui primo numero uscì appunto nell'aprile 1949, sostituendo il precedente formato noto come "Topolino giornale"), anche perché vi era allegato un fascicolo speciale che ripercorre tutta la storia della rivista. Se ho apprezzato la copertina di Giorgio Cavazzano che fa il verso a quella dello storico numero 1, per quanto riguarda i contenuti sono rimasto però abbastanza deluso. E non solo per l'assenza di una storia, appunto, celebrativa, come mi sarei aspettato di trovare. Quelle presenti nel fascicolo mi sono parse tutte assai mediocri sia sul versante delle sceneggiature che su quello dei disegni: meccaniche le prime, che aspirano a essere sofisticate ma senza naturalezza e trasparenza (per non parlare dell'afflato avventuroso, del tutto assente), dal montaggio confuso (vedi gli occasionali scartamenti temporali da una vignetta all'altra) e talvolta pretenziose (con l'uso di parole inglesi come "orienteering", quando c'era a disposizione l'italiano "orientamento"); goffi e sgradevoli i secondi, con personaggi talvolta deformi e stilizzati, senza però la qualità artistica di un Celoni o un Cavazzano, appunto. Aggiungiamoci personaggi che ormai sono diventati macchiette di sé stessi, utilizzati non come "attori" delle storie ma soltanto in funzione delle loro caratteristiche distintive (esempi: Pico o Paperoga). Di tutte le storie contenute nel volumetto, salverei solo quella breve di Silvia Ziche, la più semplice e simpatica. Rispetto all'ultimo "Topolino" che avevo acquistato (circa un duecento numeri fa), ho trovato peggiorata anche la grafica del sommario e delle pagine interne, confusa e sovraccarica, e persino il lettering, che da sempre è stato uno dei punti di forza del settimanale. Insomma: un numero celebrativo così importante, oggetto anche di una campagna pubblicitaria in tv, che potrebbe finire nelle mani di un lettore occasionale, avrebbe sicuramente meritato di meglio, a partire da una storia firmata dagli autori di punta della rivista.

lunedì 18 marzo 2019

JoJo 5: Golden Wind - Nuove sigle

Superata la metà della quinta stagione (ambientata interamente in Italia), la serie animata de "Le bizzare avventure di JoJo" ha presentato delle nuove sigle di apertura e di chiusura, che probabilmente ci accompagneranno fino al gran finale (anche se non mi stupirei di vedere apportate delle modifiche, una volta che il volto del principale antagonista, Diavolo, sarà rivelato).

L'opening, intitolata "Uragirimono no requiem" ("Il requiem dei traditori") è interpretata da Daisuke Hasegawa, che già aveva cantato una delle sigle della quarta serie.


L'ending, invece, è "Modern crusaders" del gruppo Enigma (che comprende una campionatura di "O fortuna" dai "Carmina burana" di Carl Orff).

martedì 1 gennaio 2019

Il 2018 al cinema

Nel corso del 2018 ho visto 49 film in sala (questa rassegna annuale, infatti, prende in considerazione solo le pellicole che mi sono goduto al cinema, e non le tante viste a casa, come quelle sulle piattaforme on demand quale Netflix, per esempio il pluripremiato "Roma" di Alfonso Cuarón). Fra i titoli più meritevoli citerei "Dogman" di Matteo Garrone, "Tre manifesti a Ebbing, Missouri" di Martin McDonagh, "Chiamami col tuo nome" di Luca Guadagnino, "La forma dell'acqua" di Guillermo Del Toro, "Tre volti" di Jafar Panahi, "The seen and unseen" di Kamila Andini, "Tonya" di Craig Gillespie e "Cold war" di Pawel Pawlikowski. Molto belli anche "Il sacrificio del cervo sacro" di Yorgos Lanthimos, "A land imagined" di Yeo Siew Hua, "Killing Jesus" di Laura Mora Ortega, "Azougue Nazaré" di Tiago Melo, "I am not a witch" di Rungano Nyoni, "Tramonto" di Laszlo Nemes, "Il fiume" di Emir Baigazin e "L'albero dei frutti selvatici" di Nuri Bilge Ceylan.

A metà classifica vanno tanti film carini ma non trascendentali, oltre a quelli da cui forse mi aspettavo di più (o che nei loro limiti mi sono piaciuti senza entusiasmarmi). Ecco l'elenco: "Ready player one" di Steven Spielberg, "Doppio amore" di François Ozon, "Il filo nascosto" di Paul Thomas Anderson, "Quello che non so di lei" di Roman Polanski, "L'isola dei cani" di Wes Anderson, "Cafarnao" di Nadine Labaki, "Un affare di famiglia" di Hirokazu Koreeda, "Il gioco delle coppie" di Oliver Assayas, "Tutti lo sanno" di Asghar Farhadi, "Il ragazzo più felice del mondo" di Gipi, "First man – Il primo uomo" di Damien Chazelle, "Shadow" di Zhang Yimou, "Killing" di Shinya Tsukamoto, "The number" di Khalo Matabane, "On the beach at night alone" di Hong Sang-soo e "Sheikh Jackson" di Amr Salama. Metto in questa categoria anche la riedizione postuma dell'ultimo film di Orson Welles, "The other side of the wind".

Non erano certo brutti, ma non mi hanno entusiasmato più di tanto "Lady Bird" di Greta Gerwig, "Blackkklansman" di Spike Lee, "Avengers: Infinity War" di Anthony e Joe Russo, "Il mio capolavoro" di Gastón Duprat, "Une saison en France" di Mahamat-Saleh Haroun, "Fratelli nemici" di David Oelhoffen, "Quanto basta" di Francesco Falaschi e il tanto atteso "L'uomo che uccise Don Chisciotte" di Terry Gilliam. Delusioni nette invece per "Solo: A Star Wars story" di Ron Howard, "Il prigioniero coreano" di Kim Ki-duk, "Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità" di Julian Schnabel, "Legend of the demon cat" di Chen Kaige e "Widows – Eredità criminale" di Steve McQueen. Infine, veniamo alle insufficienze piene: i peggiori film visti nel corso dell'anno passato sono stati "The nightingale" di Jennifer Kent, "No bed of roses" di Mostofa Sarwar Farooki e "Tutti i soldi del mondo" di Ridley Scott.

sabato 8 dicembre 2018

Attila (La Scala 2018)



La stagione della Scala si è aperta con "Attila", opera giovanile di Giuseppe Verdi (realizzata in quelli che lui stesso chiamava "gli anni di galera"), come la "Giovanna d'Arco" che era stata presentata a Sant'Ambrogio tre anni fa. Si tratta di un dramma "politico", immerso negli ideali risorgimentali quando fu composto (1846) e riletto in chiave contemporanea oggi: non solo per le scene e i costumi (che ricordavano le grandi guerre del Novecento, in particolare i due conflitti mondiali), ma anche per molti versi del libretto di Temistocle Solera e Francesco Maria Piave, del tutto "adattabili" alla situazione attuale dell'Italia (penso alle parole sprezzanti del protagonista, che potrebbero essere rivolte ai politici di oggi: "Vanitosi! Che abbietti e dormenti / pur del mondo tenete la possa...").

Non avevo mai visto o sentito quest'opera, e devo dire che non mi ha fatto una grande impressione. Piuttosto fracassona e gridata, senza brani particolarmente memorabili né sfumature nella caratterizzazione dei personaggi, è volata via gradevole ma anche monocorde. Il più variegato e interessante dei personaggi è proprio il "cattivo", ossia il protagonista Attila, l'unico che esce dagli schemi e dagli stereotipi (mostrando anche tratti nobili ed eroici). Ezio, il comandante romano, fa la figura del traditore, mentre i due amanti di Aquileia, i vendicativi Odabella e Foresto (in teoria i "buoni"), sono lì soltanto per veicolare i soliti sentimenti d'amore (per sé stessi e per la patria). Bella, come detto, la messinscena (con la regia di Davide Livermore), che pur cambiando il contesto storico della vicenda è risultata coerente e di ottimo livello qualitativo: scenografie e costumi erano molto cinematografici, sul palcoscenico sono apparsi anche cavalli, mentre il fondale era uno schermo digitale sul quale venivano proiettati all'occasione – e senza esagerare, per fortuna – fondali animati (le rovine di Aquileia), filmati vari (come il "flashback" dell'uccisione del padre di Odabella da parte di Attila) o semplicemente il cielo in tempesta. Bene il quartetto di protagonisti: Ildar Abdrazakov è stato un Attila vigoroso e fragile (nella scena del sogno), Saioa Hernández un'Odabella risoluta, George Petean un Ezio ambiguo, Fabio Sartori un Foresto cui purtroppo mancava il physique du rôle. La direzione di Riccardo Chailly mi è parsa energica e vibrante, come richiesto da un'opera di questo genere.


domenica 2 dicembre 2018

Dylan Dog & Martin Mystère: L'abisso del male

Nel 1990 e nel 1992 uscivano due dei primi team-up fra personaggi Bonelli, due albi speciali in cui Martin Mystére e Dylan Dog si incontravano e agivano insieme, scritti rispettivamente da Alfredo Castelli e da Tiziano Sclavi, ovvero i creatori delle due testate. Da allora, il concetto (tipico dei comics americani) di far interagire personaggi provenienti da serie diverse ha fatto sempre più spesso capolino nelle pubblicazioni dell'editore milanese, e dunque era inevitabile che prima o poi venisse messo in cantiere un terzo albo. Proseguendo nell'alternanza fra gli sceneggiatori delle due serie, stavolta è il turno di Carlo Recagno, da tempo stretto collaboratore di Castelli (che peraltro ha dato un contributo alla realizzazione del volume), mentre i disegni, davvero ottimi, sono ancora del bravo Giovanni Freghieri. Ma se i toni dei primi due incontri erano sbilanciati, rispettivamente, sul versante "martinmysteriano" e su quello "dylandoghiano", questa volta la vicenda si esalta proprio per la sua natura di crossover all'interno dell'universo editoriale Bonelli. Nel corso di un'avventura divertente e ricca di colpi di scena, che chiama in causa non solo i due titolari di testata ma anche i loro nutriti cast di comprimari (con esilaranti interazioni, per esempio, fra Groucho, Lord Wells e Madame Trelkowksi da una parte, e Angie, Dee & Kelly e Chris Tower dell'altra), fanno infatti la loro apparizione (chi con un ruolo importante, chi con un semplice cameo) moltissimi altri personaggi, vecchi e nuovi, della casa editrice. E in particolare (sarà perché alcune loro storie sono state scritte proprio da Castelli e da Sclavi) Mister No e soprattutto Zagor. Dire di più rischierebbe di rovinare gran parte della lettura: basti aggiungere che si tratta di una vicenda ottimamente orchestrata (con sequenze divertenti alternate ad altre toccanti, che senza dubbio lasceranno soddisfatti i fan dei rispettivi personaggi), splendidamente illustrata e con l'inatteso (ma giustificato) contributo di alcuni disegnatori ospiti. Fra tutti i team-up e crossover bonelliani finora pubblicati, siamo sicuramente di fronte a quello che giustifica meglio la propria natura, e non potrà che lasciare soddisfatto il lettore che ama queste commistioni e sogna la nascita di un "Bonelli-verse". Ciliegina sulla torta, la copertina del redivivo Angelo Stano.

giovedì 22 novembre 2018

JoJo 5: Golden Wind - Le sigle

JoJo è tornato! Da qualche settimana sta andando in onda la quinta serie di uno dei miei anime preferiti, che per l'occasione si trasferisce in Italia per seguire le vicende di Giorno Giovanna (sic!), il nuovo membro della famiglia Joestar. "Golden Wind" (o "Vento Aureo", come è nota in Italia e in Giappone) racconta il tentativo di Giorno e dei suoi compagni (dai nomi formidabili: Bruno Bucciarati, Leone Abbacchio, Guido Mista, Fugo Pannacotta e Narancia Ghirga) di spodestare Diavolo, il boss dell'organizzazione mafiosa Passione, di cui loro stessi fanno parte. La storia comincia a Napoli per poi spostarsi in giro per l'Italia, toccando (fra gli altri luoghi) Capri, Venezia, la Sardegna e Roma.

La sigla d'apertura, "Fighting Gold", è interpretata da Coda, che già aveva cantato la sigla della seconda serie.


Come sigla finale c'è il brano "Freek'n You" dei Jodeci (1995).

mercoledì 17 ottobre 2018

Addio, Arto



È morto, all'età di 76 anni, lo scrittore finlandese Arto Paasilinna, ex giornalista e guardaboschi, autore di romanzi stranianti, surreali, eccentrici, profondamente comici e tragici al tempo stesso. Con la stessa ironia trattenuta ma onnipresente che si ritrova anche nelle pellicole di un suo connazionale, Aki Kaurismäki, ha saputo cantare un mondo "fuori dal coro", legato alle antiche tradizioni ma anche calato nella modernità (di cui mette in mostra tutte le contraddizioni). Ho letto "L'anno della lepre", il suo primo libro pubblicato in Italia, quando uscì per i tipi di Iperborea. E da allora, praticamente ogni anno, l'arrivo di un suo nuovo romanzo è diventato un appuntamento imperdibile: "Il mugnaio urlante", "Il figlio del dio del tuono", "Il bosco delle volpi", "Piccoli suicidi fra amici", "Il miglior amico dell'orso", e tanti altri. Ho avuto anche l'opportunità di incontrarlo di persona, alla Feltrinelli di Piazza Duomo a Milano, in un giorno particolare: era la mattina dell'11 settembre 2001, poche ore prima dell'attacco alle Torri Gemelle. Mi sembrò di conoscerlo da sempre: era proprio come lo si poteva immaginare leggendo le sue opere, un finlandese amante dell'alcol e dei boschi, degli animali e delle saune, dalla faccia impassibile che non lascia mai capire se stia scherzando o parlando sul serio. Gran parte della sua vasta produzione (una quarantina di opere) è stata tradotta in italiano, ma molti titoli devono ancora uscire nel nostro paese: e dunque, continueremo a leggere le sue storie ancora a lungo.



sabato 19 maggio 2018

Le migliori cinematografie nazionali

Quali sono le più importanti industrie cinematografiche al mondo, per diffusione, popolarità, varietà, influenza storica e artistica anche al di fuori dei propri confini? Provo a stilare una top ten.

1) Stati Uniti d'America


Pochi dubbi su quale cinematografia debba essere al primo posto: quella americana. E non parliamo solo di Hollywood e dei suoi prodotti commerciali (che pure, per aver invaso tutto il mondo e aver fatto presa su pubblici di ogni genere, qualche merito dovranno pur averlo: anche altre nazioni producono grandi quantità di film – penso per esempio all'India o alla Nigeria – che rimangono però confinati al pubblico locale). Il linguaggio stesso del cinema moderno è nato negli USA, grazie a pionieri come David Wark Griffith e il suo "Nascita di una nazione". Il passaggio definitivo del cinema dall'artigianato all'industria su larga scala è avvenuto qui, già nel periodo del cinema muto (con produzioni in serie) e poi con la nascita delle major. Per non parlare dello star system e della popolarità di attori (John Wayne, Humphrey Bogart, Marilyn Monroe, James Dean) e registi (Frank Capra, Orson Welles, Howard Hawks). Ma soprattutto quella americana è la vera e unica industria cinematografica mondiale perché accoglie dentro di sé idee e cineasti di ogni altro paese. Proprio come la società americana è multiculturale e affonda le radici del proprio successo nell'immigrazione da tutto il mondo, anche la fortuna del suo cinema l'hanno fatta autori europei (Charlie Chaplin, Fritz Lang, Billy Wilder) o comunque dalle origini più disparate (asiatici, italo-americani, afro-americani). Ha inventato e popolarizzato generi come il western, il musical, la commedia sofisticata. Si è saputa rinnovare a più riprese (si pensi alla New Hollywood, con Francis Coppola, George Lucas, Steven Spielberg). Ha prodotto le pellicole più iconiche e di maggior successo della storia del cinema (da "Via col vento" a "Il mago di Oz", da "Casablanca" a "Quarto potere", da "Il Padrino" a "Guerre stellari", da "Pulp Fiction" a "Titanic"). Organizza il premio cinematografico più popolare al mondo (gli Oscar). Sa produrre pellicole indipendenti come grandi successi commerciali, e oggi sforna a getto continuo blockbuster internazionali. Infine, se nel resto del mondo si produce un qualche successo, possiamo stare sicuri che prima o poi gli americani ne faranno un remake (magari assoldando lo stesso regista dell'originale, assorbendolo all'interno del proprio sistema).

2) Francia

Al secondo posto, la Francia. Non solo i cugini transalpini hanno inventato il cinema (almeno ufficialmente, con i fratelli Lumière: ma in ogni caso, anche prima di loro, ci sono stati pionieri come Louis Augustin Le Prince ed Étienne-Jules Marey) e gli effetti speciali (con Georges Méliès), non solo hanno dato origine a correnti artistiche che hanno influenzato tutto il mondo (dal realismo poetico di Marcel Carné e Jean Renoir, alla Nouvelle Vague di Jean-Luc Godard, François Truffaut ed Eric Rohmer), non solo ospitano il festival di cinema più importante al mondo, quello di Cannes, ed editano le uniche riviste internazionali che reggono il confronto con quelle in inglese, ma sono l'unica nazione che può competere con gli USA sul loro stesso terreno per varietà, diffusione, influenza e popolarità, sfornando al contempo prodotti commerciali o popolari e cinema d'autore.

3) Giappone

Arrivato tardi sulla scena internazionale (praticamente rimanendo un oggetto sconosciuto in occidente fino a "Rashomon" nel 1950), il Giappone si è rifatto con gli interessi. Può vantare alcuni dei registi e dei film più importanti della storia della settima arte, a partire dalle opere del trio Akira Kurosawa, Yasujiro Ozu e Kenji Mizoguchi, attivi sin dagli anni trenta ma "esplosi" definitivamente negli anni cinquanta. Anche in seguito ha continuato a sperimentare e a innovare a più riprese, spaziando in tutte le direzioni e dando vita a nuove tendenze (con autori come Nagisa Oshima, Shohei Imamura, Takeshi Kitano, Hirokazu Koreeda). E inoltre non dimentichiamoci del cinema d'animazione, dove il paese del Sol Levante è probabilmente al primo posto (basti pensare a Hayao Miyazaki).

4) Italia

Il cinema italiano ha dominato a tratti in almeno tre fasi: all'epoca del muto (con i kolossal storici come "Cabiria"), nel dopoguerra con il Neorealismo (Vittorio De Sica, Roberto Rossellini e Federico Fellini hanno influenzato tutto il mondo) e negli anni '60/'70 con il cinema di genere (dai western di Sergio Leone agli horror di Dario Argento, passando per poliziotteschi e commedie all'italiana con registi come Dino Risi, Mario Monicelli, Pietro Germi ed Elio Petri). L'Italia vanta anche il maggior numero di premi Oscar al miglior film straniero, più di ogni altro paese (sopravanzando anche la Francia) e in generale riceve regolarmente riconoscimenti in tutti i maggiori festival. Eccelle infine a livello tecnico, esportando a getto continuo direttori della fotografia, scenografi, costumisti, compositori.

5) URSS (e Russia)

Basterebbe il periodo del muto per dare al cinema russo/sovietico un posto di rilievo nella storia. La scuola del montaggio, con teorici come Lev Kuleshov e autori come Dziga Vertov, Vsevolod Pudovkin, Aleksandr Dovzhenko e soprattutto Sergei Eizenstein (con "La corazzata Potemkin"), ha influenzato generazioni di cineasti. Nel dopoguerra, purtroppo, c'è un forte calo, anche per via dei troppi prodotti di propaganda. Ma Sergei Paradzanov e soprattutto Andrei Tarkovskij dimostreranno che anche in URSS era possibile produrre opere di grande creatività. In tempi più recenti, Nikita Michalkov, Aleksandr Sokurov e Andrei Zvyagintsev continuano a tenere alta la bandiera russa.

6) Germania

Anche per la Germania vale un discorso simile a quello della Russia. Se ci limitassimo alla prima metà del XX secolo, il cinema tedesco sarebbe probabilmente nella top 3. Per tutti gli anni venti e trenta, in particolare, la corrente dell'Espressionismo è stata una delle forze motrici della settima arte, con autori come Friedrich W. Murnau e Fritz Lang sugli scudi (ma anche, nel campo della commedia, Ernst Lubitsch) e film come "Il gabinetto del dottor Caligari" di Robert Wiene. Nel dopoguerra, si è dovuto attendere gli anni settanta per una rinascita, grazie a Werner Herzog, Wim Wenders e Rainer Werner Fassbinder. E non dimentichiamo "Heimat" di Edgar Reitz.

7) Iran

Qualcuno si sorprenderà della presenza dell'Iran al settimo posto, anche perché la cinematografia persiana è balzata all'interesse dell'occidente soltanto dagli anni settanta/ottanta in poi. Povera di mezzi ma ricchissima di idee, popolarissima in patria (dove è una vera e propria fabbrica di sogni), ha saputo però conquistare il pubblico di tutto il mondo e vincere premi su premi ai maggiori festival internazionali, dove i film iraniani sono ormai una presenza stabile e irrinunciabile. Autori come Abbas Kiarostami, Mohsen Makhmalbaf, Amir Naderi, Jafar Panahi e, oggi, Asghar Farhadi (vincitore già di due Oscar) hanno prodotto pellicole geniali e indimenticabili.

8) Gran Bretagna

Offuscato dallo splendore del cinema americano (spesso i prodotti britannici sono confusi con quelli made in USA, visto che ne condividono la lingua e talvolta registi e interpreti), quello inglese è comunque un cinema di tutto rispetto e di grande qualità, assai attivo sin dall'epoca del muto. Molti grandi registi considerati americani sono in realtà inglesi e hanno cominciato la propria carriera in patria (Charlie Chaplin, Alfred Hitchcock, David Lean). Negli anni sessanta, il movimento del "Free Cinema" ha stupito l'Europa per l'attenzione ai temi sociali (di cui Ken Loach è l'erede). E non dimentichiamo le influenze teatrali e shakesperiane (Laurence Olivier, Kenneth Branagh) e le sperimentazioni (Peter Greenaway).

9) Hong Kong

Più che il cinema cinese, è quello dell'ex colonia britannica ad aver conquistato, per popolarità, le platee non solo del Sud-Est asiatico ma di tutto il mondo. Merito di prodotti di genere come i film di arti marziali, che sin dagli anni settanta (grazie in particolar modo a Bruce Lee), sono diventati popolarissimi. Gli eredi di Lee, come Jackie Chan o Jet Li, hanno continuato a mantenere alta l'attenzione sulla colonia. Ma è negli anni ottanta e novanta che il cinema di Hong Kong ha conosciuto il suo momento di gloria, con un sistema produttivo assai prolifico e registi come John Woo, Wong Kar-Wai e Johnnie To. Con il passaggio alla Cina (1997), finisce l'età dell'oro e inizia il declino.

10) India

Nonostante l'enorme produzione di film, la cinematografia indiana figura così in basso nella mia lista solo perché, a differenza di tutte quelle finora presentate, non ha mai saputo veramente conquistare il pubblico di altre parti del mondo. A parte Pakistan e Bangladesh (e naturalmente gli emigrati di questi paesi che vivono in Europa o altrove), Bollywood e in generale il cinema indiano (con i suoi musical colorati) non hanno mai incuriosito più di tanto la comunità internazionale (cinefili esclusi). Certo, negli anni cinquanta c'è stato un lieve interesse (grazie ad autori come Satyajit Ray, Guru Dutt e pochi altri), ma è stato un fuoco di paglia. Le caratteristiche uniche e distintive, il numero di film prodotti e il vasto star system lo rendono comunque un cinema degno di figurare nella top ten.

Fuori dalla top ten: menzioni speciali
Per l'Europa: Svezia, Danimarca, Spagna, Polonia, Cecoslovacchia, Turchia
Per l'Africa: Nigeria, Egitto
Per l'Asia: Corea del Sud, Cina, Taiwan
per l'America Latina: Messico, Argentina, Brasile

giovedì 8 febbraio 2018

Guidando verso Marte...



Dite quello che volete di Elon Musk, ma lanciare nello spazio (oltre Marte!) un'automobile (una Tesla Roadster!), guidata da un manichino che si chiama "Starman", la cui autoradio suona "Life on Mars?" di David Bowie e sul cui cruscotto campeggia la frase "Don't Panic" (una chiara citazione dalla "Guida galattica per autostoppisti"), è qualcosa di incredibilmente sublime e grandioso, oltre che il sogno di un bambino nerd/geek che si avvera (chissà quante volte, da piccolo, avrà pensato di spedire un suo giocattolo nello spazio!).



mercoledì 10 gennaio 2018

Carmen e i "femminicidi"



Al Teatro del Maggio di Firenze è andata in scena una "Carmen" con il finale cambiato: invece di essere pugnalata da Don José, è la zingara a uccidere lui con un colpo di pistola. Giustamente il pubblico ha fischiato: stravolgere la trama di un capolavoro è sempre qualcosa di rischioso, pochi possono permetterselo e solo se ci sono buone ragioni. In questo caso, non c'erano: l'intento era quello di prendere le distanze dai "femminicidi" (che brutta parola!), evitando di rappresentarne uno sul palco. Cosa quanto mai insensata: al di là del fatto che l'opera di Bizet, come tutti i grandi capolavori (dal "Don Giovanni" alla "Salomè") va considerata come simbolica e archetipica, evitare di mostrare o di affrontare l'argomento è la maniera migliore per non fare alcun progresso sul tema stesso. L'allestimento del Maggio dunque non è soltanto censorio, ipocrita e buonista ma anche stupido. Persino il destino ha voluto infierire, facendo inceppare la pistola di Carmen in occasione della prima e coprendo di ridicolo l'intera operazione.

lunedì 1 gennaio 2018

Il 2017 al cinema

Dei 60 film che ho visto in sala nel corso del 2017, tre titoli spiccano su tutti: il magnifico musical "La La Land" di Damien Chazelle (che l'anno scorso avrebbe meritato l'Oscar, e non lo ha vinto soltanto perché l'Academy ha preferito reagire subito all'elezione di Donald Trump premiando un film più "impegnato"), l'intenso courtroom drama libanese "L'insulto" di Ziad Doueiri e il surreale e simbolico (ma assai bistrattato) "Madre!" di Darren Aronofksy. Molto bene anche "Manchester by the Sea" di Kenneth Lonergan, "Moonlight" di Barry Jenkins, "Elle" di Paul Verhoeven, "L'altro volto della speranza" di Aki Kaurismaki, "Vi presento Toni Erdmann" di Maren Ade, "Il dubbio" di Vahid Jalilvand, "The square" di Ruben Östlund (vincitore a Cannes) e "Loveless" di Andrey Zvyagintsev. Elogi anche per "Happy end" di Michael Haneke, "Foxtrot" di Samuel Maoz, "Longing" di Savi Gabizon e "Gatta Cenerentola" di Alessandro Rak (miglior film italiano di un'annata ancora una volta da dimenticare per il nostro cinema).

Francamente mi aspettavo di più da "Dunkirk" di Christopher Nolan, "Silence" di Martin Scorsese e "Blade runner 2049" di Denis Villeneuve. Peccato. Dai festival, bene "Les bienheureux" di Sofia Djama, "Temporada de caza" di Natalia Garagiola, "La casa sul mare" di Robert Guédiguian, "Disappearance" di Ali Asgari, "The rider" di Chloé Zhao, "Angels wear white" di Vivien Qu e "The third murder" di Hirokazu Koreeda. Promossi con riserva "Logan" di James Mangold e "Spider-Man: Homecoming" di Jon Watts, così come "Civiltà perduta" di James Gray, "Arrival" di Denis Villeneuve, "Il mio Godard" di Michel Hazanavicius, "Jackie" di Pablo Larraìn e "Patty Cake$" di Geremy Jasper. A metà classifica finiscono anche "Ghost in the Shell" di Rupert Sanders, "Nothingwood" di Sonia Kronlund, "How to talk to girls at parties" di John Cameron Mitchell, "Addio fottuti musi verdi" di Francesco Ebbasta, "Libere, disobbedienti, innamorate" di Maysaloun Hamoud, "The teacher" di Jan Hrebejk, "Lola pater" di Nadir Moknèche, "L'affido" di Xavier Legrand e "Candelaria" di Jhonny Hendrix Hinestroza.

Decisamente male "Alien: Covenant" di Ridley Scott. Delusione (ma le aspettative erano già basse) anche per "Valerian e la città dei mille pianeti" di Luc Besson e per "Star Wars: Gli ultimi Jedi" di Rian Johnson. Niente di che nemmeno "Split" di M. Night Shyamalan, "T2 Trainspotting" di Danny Boyle, "L'inganno" di Sofia Coppola, "Guardiani della galassia Vol. 2" di James Gunn, "Ritratto di famiglia con tempesta" di Hirokazu Koreeda, "L'amant d'un jour" di Philippe Garrel, "120 battiti al minuto" di Robin Campillo, "Lasciati andare" di Francesco Amato e "Nico, 1988" di Susanna Nicchiarelli. Mediocri "Madame Hyde" di Serge Bozon, "Le fidèle" di Michaël R. Roskam, "La nuit où j'ai nagé" di Damien Manivel e Kohei Igarashi. Molto brutti "Oltre le nuvole, il luogo promessoci" di Makoto Shinkai e "Bushwick" di Cary Murnion e Jonathan Milott. Ma i film peggiori dell'anno sono stati il retoricissimo "A United Kingdom" di Amma Asante e l'insopportabile "I fantasmi d'Ismaël" di Arnaud Desplechin.

lunedì 11 dicembre 2017

Andrea Chénier (La Scala 2017)



La stagione della Scala si è aperta con un'opera che mancava al Piermarini da 32 anni (quando l'aveva diretta lo stesso Riccardo Chailly) e che proprio nel teatro milanese era stata allestita per la prima volta nel 1896. Non la conoscevo, e mi ha fatto una buona impressione: il libretto ha il merito di fondere bene le vicende personali dei singoli con lo sfondo storico e sociale della rivoluzione francese, mentre la musica di Giordano, compositore verista, ha una sua identità precisa, pur ricordando a tratti Puccini ("La Bohème" e soprattutto "Tosca") e Wagner (nella struttura a continuazione, senza separazioni nette con numeri chiusi: anche per questo, il direttore d'orchestra ha chiesto – e ottenuto – che gli spettatori non applaudissero durante lo spettacolo, se non alla fine). Il soggetto, che racconta la storia d'amore fra il poeta André Chénier (vissuto realmente) e la nobildonna Maddalena di Coigny, della quale è innamorato anche il rivoluzionario Gerard, si dipana per diversi anni: il primo quadro si svolge quando la rivoluzione sta per cominciare (e Gerard è un servitore a casa Coigny), mentre i successivi ne mostrano i vari sviluppi, fino al periodo del terrore. La musica, che ingloba brevemente anche temi come l'inno dei rivoluzionari (la "Ça ira") e la Marsigliese, è a tratti intensa e toccante, con picchi nella grande aria del soprano ("La mamma morta") e nel complesso duetto finale. Tutti molto bravi gli interpreti (Yusif Eyvazov, Anna Netrebko e Luca Salsi nei tre ruoli principali), solida la direzione di Chailly, semplice ma esemplare la regia di Mario Martone così come la scenografia di Margherita Palli, che a loro volta hanno saputo immergere la vicenda e il dramma dei singoli all'interno del contesto storico, rappreesentando visivamente sul palco (in rotazione) i movimenti delle masse, tanto dell'aristocrazia (con i balli di gruppo e la gavotta del primo quadro) che del popolo. Ottima l'accoglienza, sia in sala (con oltre dieci minuti di applausi) che in televisione (la diretta su Rai 1 ha raccolto due milioni di spettatori: francamente tanti per un'opera non certo facile o particolarmente popolare presso il grande pubblico).