sabato 19 maggio 2018

Le migliori cinematografie nazionali

Quali sono le più importanti industrie cinematografiche al mondo, per diffusione, popolarità, varietà, influenza storica e artistica anche al di fuori dei propri confini? Provo a stilare una top ten.

1) Stati Uniti d'America


Pochi dubbi su quale cinematografia debba essere al primo posto: quella americana. E non parliamo solo di Hollywood e dei suoi prodotti commerciali (che pure, per aver invaso tutto il mondo e aver fatto presa su pubblici di ogni genere, qualche merito dovranno pur averlo: anche altre cinematografie producono grandi quantità di film – penso per esempio all'India o alla Nigeria – ma rimangono confinate al pubblico locale). Il linguaggio stesso del cinema moderno è nato negli USA, grazie a pionieri come David Wark Griffith e il suo "Nascita di una nazione". Il passaggio definitivo del cinema dall'artigianato all'industria su larga scala è avvenuto qui, già nel periodo del cinema muto (con produzioni in serie) e poi con la nascita delle major. Per non parlare dello star system e della popolarità di attori (John Wayne, Humphrey Bogart, Marilyn Monroe, James Dean) e registi (Frank Capra, Orson Welles, Howard Hawks). Ma soprattutto quella americana è la vera e unica industria cinematografica mondiale perché accoglie dentro di sé idee e cineasti di ogni altro paese. Proprio come la società americana è multiculturale e affonda le radici del proprio successo nell'immigrazione da tutto il mondo, anche la fortuna del suo cinema l'hanno fatta autori europei (Charlie Chaplin, Fritz Lang, Billy Wilder) o comunque dalle origini più disparate (asiatici, italo-americani, afro-americani). Ha inventato e popolarizzato generi come il western, il musical, la commedia sofisticata. Si è saputa rinnovare a più riprese (si pensi alla New Hollywood, con Francis Coppola, George Lucas, Steven Spielberg). Ha prodotto le pellicole più iconiche e di maggior successo della storia del cinema (da "Via col vento" a "Il mago di Oz", da "Casablanca" a "Quarto potere", da "Il Padrino" a "Guerre stellari", da "Pulp Fiction" a "Titanic"). Organizza il premio cinematografico più popolare al mondo (gli Oscar). Sa produrre pellicole indipendenti come grandi successi commerciali, e oggi sforna a getto continuo blockbuster internazionali. Infine, se nel resto del mondo si produce un qualche successo, possiamo stare sicuri che prima o poi gli americani ne faranno un remake (magari assoldando lo stesso regista dell'originale, assorbendolo all'interno del proprio sistema).

2) Francia

Al secondo posto, la Francia. Non solo i cugini transalpini hanno inventato il cinema (almeno ufficialmente, con i fratelli Lumière: ma in ogni caso, anche prima di loro, ci sono stati pionieri come Louis Augustin Le Prince ed Étienne-Jules Marey) e gli effetti speciali (con Georges Méliès), non solo hanno dato origine a correnti artistiche che hanno influenzato tutto il mondo (dal realismo poetico di Marcel Carné e Jean Renoir, alla Nouvelle Vague di Jean-Luc Godard, François Truffaut ed Eric Rohmer), non solo ospitano il festival di cinema più importante al mondo, quello di Cannes, ed editano le uniche riviste internazionali che reggono il confronto con quelle in inglese, ma sono l'unica nazione che può competere con gli USA sul loro stesso terreno per varietà, diffusione, influenza e popolarità, sfornando al contempo prodotti commerciali o popolari e cinema d'autore.

3) Giappone

Arrivato tardi sulla scena internazionale (praticamente rimanendo un oggetto sconosciuto in occidente fino a "Rashomon" nel 1950), il Giappone si è rifatto con gli interessi. Può vantare alcuni dei registi e dei film più importanti della storia della settima arte, a partire dalle opere del trio Akira Kurosawa, Yasujiro Ozu e Kenji Mizoguchi, attivi sin dagli anni trenta ma "esplosi" definitivamente negli anni cinquanta. Anche in seguito ha continuato a sperimentare e a innovare a più riprese, spaziando in tutte le direzioni e dando vita a nuove tendenze (con autori come Nagisa Oshima, Shohei Imamura, Takeshi Kitano). E inoltre non dimentichiamoci del cinema d'animazione, dove è probabilmente al primo posto (basti pensare a Hayao Miyazaki).

4) Italia

Il cinema italiano ha dominato a tratti in almeno tre fasi: all'epoca del muto (con i kolossal storici come "Cabiria"), nel dopoguerra con il Neorealismo (Vittorio De Sica, Roberto Rossellini e Federico Fellini hanno influenzato tutto il mondo) e negli anni '60/'70 con il cinema di genere (dai western di Sergio Leone agli horror di Dario Argento, passando per poliziotteschi e commedie all'italiana). L'Italia vanta anche il maggior numero di Oscar al miglior film straniero, più di ogni altro paese (sopravanzando anche la Francia) e in generale vince regolarmente premi in tutti i maggiori festival. Eccelle infine a livello tecnico, esportando a getto continuo direttori della fotografia, scenografi, costumisti, compositori.

5) URSS (e Russia)

Basterebbe il periodo del muto per dare al cinema russo/sovietico un posto di rilievo nella storia. La scuola del montaggio, con teorici come Lev Kuleshov e autori come Dziga Vertov, Vsevolod Pudovkin e soprattutto Sergej Eizenstein (con "La corazzata Potemkin"), ha influenzato generazioni di cineasti. Nel dopoguerra, purtroppo, c'è un forte calo, anche per via dei troppi prodotti di propaganda. Ma Sergei Paradzanov e soprattutto Andrei Tarkovskij dimostreranno che anche in URSS era possibile produrre opere di grande creatività. In tempi più recenti, Nikita Michalkov, Aleksandr Sokurov e Andrei Zvyagintsev continuano a tenere alta la bandiera russa.

6) Germania

Anche per la Germania vale un discorso simile a quello della Russia. Se ci limitassimo alla prima metà del XX secolo, il cinema tedesco sarebbe probabilmente nella top 3. Per tutti gli anni venti e trenta, in particolare, la corrente dell'Espressionismo è stata una delle forze motrici della settima arte, con autori come Friedrich W. Murnau e Fritz Lang sugli scudi (ma anche, nel campo della commedia, Ernst Lubitsch) e film come "Il gabinetto del dottor Caligari" di Robert Wiene. Nel dopoguerra, si è dovuto attendere gli anni settanta per una rinascita, grazie a Werner Herzog, Wim Wenders e Rainer Werner Fassbinder. E non dimentichiamo "Heimat" di Edgar Reitz.

7) Iran

Qualcuno si sorprenderà della presenza dell'Iran al settimo posto, anche perché la cinematografia persiana è balzata all'interesse dell'occidente soltanto dagli anni settanta/ottanta in poi. Povera di mezzi ma ricchissima di idee, popolarissima in patria (dove è una vera e propria fabbrica di sogni), ha saputo però conquistare il pubblico di tutto il mondo e vincere premi su premi ai maggiori festival internazionali, dove i film iraniani sono ormai una presenza stabile e irrinunciabile. Autori come Abbas Kiarostami, Mohsen Makhmalbaf, Amir Naderi, Jafar Panahi e, oggi, Asghar Farhadi (vincitore già di due Oscar) hanno prodotto pellicole geniali e indimenticabili.

8) Gran Bretagna

Offuscato dallo splendore del cinema americano (spesso i prodotti britannici sono confusi con quelli made in USA, visto che ne condividono la lingua e talvolta registi e interpreti), quello inglese è comunque un cinema di tutto rispetto e di grande qualità, assai attivo sin dall'epoca del muto. Molti grandi registi considerati americani sono in realtà inglesi e hanno cominciato la propria carriera in patria (Charlie Chaplin, Alfred Hitchcock, David Lean). Negli anni sessanta, il movimento del "Free Cinema" ha stupito l'Europa per l'attenzione ai temi sociali (di cui Ken Loach è l'erede). E non dimentichiamo le influenze teatrali e shakesperiane (Laurence Olivier, Kenneth Branagh) e le sperimentazioni (Peter Greenaway).

9) Hong Kong

Più che il cinema cinese, è quello dell'ex colonia britannica ad aver conquistato, per popolarità, le platee non solo del Sud-Est asiatico ma di tutto il mondo. Merito di prodotti di genere come i film di arti marziali, che sin dagli anni settanta (grazie in particolar modo a Bruce Lee), sono diventati popolarissimi. Gli eredi di Lee, come Jackie Chan o Jet Li, hanno continuato a mantenere alta l'attenzione sulla colonia. Ma è negli anni ottanta e novanta che il cinema di Hong Kong ha conosciuto il suo momento di gloria, con registi come John Woo, Wong Kar-Wai e Johnnie To. Con il passaggio alla Cina (1997), finisce l'età dell'oro e inizia il declino.

10) India

Nonostante l'enorme produzione di film, la cinematografia indiana figura così in basso nella mia lista solo perché, a differenza di tutte quelle finora presentate, non ha mai saputo veramente conquistare il pubblico di altre parti del mondo. A parte Pakistan e Bangladesh (e naturalmente gli emigrati di questi paesi che vivono in Europa o altrove), Bollwyood e in generale il cinema indiano non ha mai interessato più di tanto la comunità internazionale (cinefili esclusi). Certo, negli anni cinquanta c'è stato un lieve interesse (grazie a Satyajit Ray, a Guru Dutt e pochi altri), ma è stato un fuoco di paglia. Le caratteristiche uniche e distintive, il numero di film prodotti e il vasto star system lo rendono comunque un cinema degno di figurare nella top ten.

Fuori dalla top ten: menzioni speciali
Per l'Europa: Svezia, Danimarca, Spagna, Polonia, Cecoslovacchia, Turchia
Per l'Africa: Nigeria, Egitto
Per l'Asia: Corea del Sud, Cina, Taiwan
per l'America Latina: Messico, Argentina, Brasile

giovedì 8 febbraio 2018

Guidando verso Marte...



Dite quello che volete di Elon Musk, ma lanciare nello spazio (oltre Marte!) un'automobile (una Tesla Roadster!), guidata da un manichino che si chiama "Starman", la cui autoradio suona "Life on Mars?" di David Bowie e sul cui cruscotto campeggia la frase "Don't Panic" (una chiara citazione dalla "Guida galattica per autostoppisti"), è qualcosa di incredibilmente sublime e grandioso, oltre che il sogno di un bambino nerd/geek che si avvera (chissà quante volte, da piccolo, avrà pensato di spedire un suo giocattolo nello spazio!).



mercoledì 10 gennaio 2018

Carmen e i "femminicidi"



Al Teatro del Maggio di Firenze è andata in scena una "Carmen" con il finale cambiato: invece di essere pugnalata da Don José, è la zingara a uccidere lui con un colpo di pistola. Giustamente il pubblico ha fischiato: stravolgere la trama di un capolavoro è sempre qualcosa di rischioso, pochi possono permetterselo e solo se ci sono buone ragioni. In questo caso, non c'erano: l'intento era quello di prendere le distanze dai "femminicidi" (che brutta parola!), evitando di rappresentarne uno sul palco. Cosa quanto mai insensata: al di là del fatto che l'opera di Bizet, come tutti i grandi capolavori (dal "Don Giovanni" alla "Salomè") va considerata come simbolica e archetipica, evitare di mostrare o di affrontare l'argomento è la maniera migliore per non fare alcun progresso sul tema stesso. L'allestimento del Maggio dunque non è soltanto censorio, ipocrita e buonista ma anche stupido. Persino il destino ha voluto infierire, facendo inceppare la pistola di Carmen in occasione della prima e coprendo di ridicolo l'intera operazione.

lunedì 1 gennaio 2018

Il 2017 al cinema

Dei 60 film che ho visto in sala nel corso del 2017, tre titoli spiccano su tutti: il magnifico musical "La La Land" di Damien Chazelle (che l'anno scorso avrebbe meritato l'Oscar, e non lo ha vinto soltanto perché l'Academy ha preferito reagire subito all'elezione di Donald Trump premiando un film più "impegnato"), l'intenso courtroom drama libanese "L'insulto" di Ziad Doueiri e il surreale e simbolico (ma assai bistrattato) "Madre!" di Darren Aronofksy. Molto bene anche "Manchester by the Sea" di Kenneth Lonergan, "Moonlight" di Barry Jenkins, "Elle" di Paul Verhoeven, "L'altro volto della speranza" di Aki Kaurismaki, "Vi presento Toni Erdmann" di Maren Ade, "Il dubbio" di Vahid Jalilvand, "The square" di Ruben Östlund (vincitore a Cannes) e "Loveless" di Andrey Zvyagintsev. Elogi anche per "Happy end" di Michael Haneke, "Foxtrot" di Samuel Maoz, "Longing" di Savi Gabizon e "Gatta Cenerentola" di Alessandro Rak (miglior film italiano di un annata ancora una volta da dimenticare per il nostro cinema).

Francamente mi aspettavo di più da "Dunkirk" di Christopher Nolan, "Silence" di Martin Scorsese e "Blade runner 2049" di Denis Villeneuve. Peccato. Dai festival, bene "Les bienheureux" di Sofia Djama, "Temporada de caza" di Natalia Garagiola, "La casa sul mare" di Robert Guédiguian, "Disappearance" di Ali Asgari, "The rider" di Chloé Zhao, "Angels wear white" di Vivien Qu e "The third murder" di Hirokazu Koreeda. Promossi con riserva "Logan" di James Mangold e "Spider-Man: Homecoming" di Jon Watts, così come "Civiltà perduta" di James Gray, "Arrival" di Denis Villeneuve, "Il mio Godard" di Michel Hazanavicius, "Jackie" di Pablo Larraìn e "Patty Cake$" di Geremy Jasper. A metà classifica finiscono anche "Ghost in the Shell" di Rupert Sanders, "Nothingwood" di Sonia Kronlund, "How to talk to girls at parties" di John Cameron Mitchell, "Addio fottuti musi verdi" di Francesco Ebbasta, "Libere, disobbedienti, innamorate" di Maysaloun Hamoud, "The teacher" di Jan Hrebejk, "Lola pater" di Nadir Moknèche, "Jusqu'à la garde" di Xavier Legrand e "Candelaria" di Jhonny Hendrix Hinestroza.

Decisamente male "Alien: Covenant" di Ridley Scott. Delusione (ma le aspettative erano già basse) anche per "Valerian e la città dei mille pianeti" di Luc Besson e per "Star Wars: Gli ultimi Jedi" di Rian Johnson. Niente di che nemmeno "Split" di M. Night Shyamalan, "T2 Trainspotting" di Danny Boyle, "L'inganno" di Sofia Coppola, "Guardiani della galassia Vol. 2" di James Gunn, "Ritratto di famiglia con tempesta" di Hirokazu Koreeda, "L'amant d'un jour" di Philippe Garrel, "120 battiti al minuto" di Robin Campillo, "Lasciati andare" di Francesco Amato e "Nico, 1988" di Susanna Nicchiarelli. Mediocri "Madame Hyde" di Serge Bozon, "Le fidèle" di Michaël R. Roskam, "La nuit où j'ai nagé" di Damien Manivel e Kohei Igarashi. Molto brutti "Oltre le nuvole, il luogo promessoci" di Makoto Shinkai e "Bushwick" di Cary Murnion e Jonathan Milott. Ma i film peggiori dell'anno sono stati il retoricissimo "A United Kingdom" di Amma Asante e l'insopportabile "Les fantômes d'Ismaël" di Arnaud Desplechin.

lunedì 11 dicembre 2017

Andrea Chénier (La Scala 2017)



La stagione della Scala si è aperta con un'opera che mancava al Piermarini da 32 anni (quando l'aveva diretta lo stesso Riccardo Chailly) e che proprio nel teatro milanese era stata allestita per la prima volta nel 1896. Non la conoscevo, e mi ha fatto una buona impressione: il libretto ha il merito di fondere bene le vicende personali dei singoli con lo sfondo storico e sociale della rivoluzione francese, mentre la musica di Giordano, compositore verista, ha una sua identità precisa, pur ricordando a tratti Puccini ("La Bohème" e soprattutto "Tosca") e Wagner (nella struttura a continuazione, senza separazioni nette con numeri chiusi: anche per questo, il direttore d'orchestra ha chiesto – e ottenuto – che gli spettatori non applaudissero durante lo spettacolo, se non alla fine). Il soggetto, che racconta la storia d'amore fra il poeta André Chénier (vissuto realmente) e la nobildonna Maddalena di Coigny, della quale è innamorato anche il rivoluzionario Gerard, si dipana per diversi anni: il primo quadro si svolge quando la rivoluzione sta per cominciare (e Gerard è un servitore a casa Coigny), mentre i successivi ne mostrano i vari sviluppi, fino al periodo del terrore. La musica, che ingloba brevemente anche temi come l'inno dei rivoluzionari (la "Ça ira") e la Marsigliese, è a tratti intensa e toccante, con picchi nella grande aria del soprano ("La mamma morta") e nel complesso duetto finale. Tutti molto bravi gli interpreti (Yusif Eyvazov, Anna Netrebko e Luca Salsi nei tre ruoli principali), solida la direzione di Chailly, semplice ma esemplare la regia di Mario Martone così come la scenografia di Margherita Palli, che a loro volta hanno saputo immergere la vicenda e il dramma dei singoli all'interno del contesto storico, rappreesentando visivamente sul palco (in rotazione) i movimenti delle masse, tanto dell'aristocrazia (con i balli di gruppo e la gavotta del primo quadro) che del popolo. Ottima l'accoglienza, sia in sala (con oltre dieci minuti di applausi) che in televisione (la diretta su Rai 1 ha raccolto due milioni di spettatori: francamente tanti per un'opera non certo facile o particolarmente popolare presso il grande pubblico).


venerdì 22 settembre 2017

Rat-Man e l'effetto Cerebus

Con l'albo 122, in edicola in questi giorni, si conclude la serie regolare di Rat-Man, uno dei personaggi più significativi e più amati del fumetto italiano degli ultimi trent'anni. Ed è interessante lanciare uno sguardo indietro, per riflettere sulle sue origini e su quello che, nel corso degli anni, è diventato. Nato nel 1989 come semplice parodia usa-e-getta di Batman (era appena uscito il film di Tim Burton), di cui scimmiottava persino il nome, Rat-Man è passato dalle fanzine autoprodotte alla pubblicazione professionale, conquistandosi mese dopo mese un seguito sempre maggiore e un fenomenale successo di pubblico e di critica: inizialmente per merito della comicità infusa a piene mani dal suo creatore, Leo Ortolani, e delle irresistibili prese in giro del mondo dei supereroi; in seguito, però, anche per una sempre più complessa e matura riflessione sui temi dell'esistenza, dell'identità e dell'amore.



Rat-Man si è infatti progressivamente allontanato dalle sue origini puramente comiche e parodistiche (senza mai rinnegarle del tutto, sia chiaro) per guadagnarsi un suo spazio personale e diventare qualcosa d'altro, al punto che pochi dei suoi lettori – forse solo quelli che lo hanno seguito sin dagli inizi – si ricordano ancora da dove è partito. Non che le sue storie abbiano mai messo da parte l'umorismo (spesso irriverente o politicamente scorretto, quasi sempre geniale e spiazzante nella sua semplicità): semplicemente questo è diventato il sale di una pietanza fatta di sofferenza e coming-of-age, una lunga saga generazionale su temi quali l'autodeterminazione, la responsabilità, la colpa e la redenzione. Se la sfrondiamo dalle battute, la storia di Rat-Man è quanto di più drammatico, maturo e complesso il fumetto italiano popolare cosiddetto "umoristico" abbia sfornato da molti anni a questa parte. Un vero capolavoro.

Nel nascere come parodia senza troppe pretese e nel conquistare progressivamente una propria identità, finendo col sopravvivere al materiale di partenza, Rat-Man ha parecchio in comune con un altro personaggio del fumetto indipendente, in questo caso americano: il "Cerebus" del canadese Dave Sim. Nato nel 1977, Cerebus (un oritteropo antropomorfo!) era inizialmente una presa in giro di Conan il barbaro, che ai tempi furoreggiava negli albi Marvel disegnati da Barry Windsor-Smith (al cui stile, originariamente, Sim si ispira). Autoprodotto dall'autore, proprio come Rat-Man, nell'arco di una manciata di numeri il fumetto di Cerebus comincia a imbastire saghe sempre più lunghe e complesse, prendendo sul serio quei presupposti alla base del personaggio (compreso il fatto di essere un animale parlante in un mondo popolato da esseri umani) che sembravano essere stati pensati solo per far ridere. Le gag non vengono rinnegate, ma cominciano a essere usate per costruirvi sopra delle trame serie, dai sottotesti filosofici, esistenzialisti, politici e religiosi. E le prime storie, anche quelle più strampalate, anziché far finta che non siano mai avvenute, vengono rilette, reinterpretate e integrate nella continuity, assumendo nuovi significati.



Al link che segue (attenzione: conduce a Tv Tropes, un sito pericoloso, perché una visita si può prolungare per ore, passando di collegamento in collegamento!) viene definito proprio come "Cerebus Syndrome" quel caso in cui un personaggio o un'opera di finzione, nata come leggera e derivativa (e cosa c'è di più "Innocuo" di una parodia one-shot?) si trasforma con il tempo in una serie persino più profonda o più significativa del materiale di partenza. Segno che l'autore aveva soltanto bisogno di una piccola spinta, di un input iniziale, per cominciare a tirar fuori da sé tutto il proprio potenziale artistico e narrativo. È un effetto che si ritrova, più o meno marcato, in diversi fumetti seriali (si pensi al manga "Dragonball" di Akira Toriyama, che comincia anch'esso come parodia comica della leggenda buddista dello Scimmiotto; o se vogliamo anche al Topolino di Floyd Gottfredsson e al Paperino di Carl Barks, che partono da personaggi mondodimensionali, protagonisti di semplici cortometraggi animati, e costruiscono attorno a loro città e mondi interi, rendendoli protagonisti di avventure memorabili) ma che proprio in "Cerebus" prima e in "Rat-Man" poi ha avuto la sua manifestazione più eclatante.

giovedì 31 agosto 2017

Mercurio Loi 4

Giunti al quarto numero, si può ormai dire per certo che "Mercurio Loi" è una delle più belle sorprese degli ultimi anni nel campo del fumetto bonelliano. Quella che sembrava all'inizio una semplice rilettura di Sherlock Holmes, ambientata però nella Roma di inizio ottocento, si è rivelata molto di più: gli intrecci gialli lasciano spazio spesso e volentieri all'approfondimento psicologico dei personaggi, i due protagonisti in primis, che nel giro di pochi albi hanno già acquistato una personalità quanto mai originale e stimolante. L'ambientazione storica è funzionale sì alle vicende narrate ma si presta anche a fare da sfondo a riflessioni filosofiche (che sfiorano anche la politica e la religione) senza costrizioni di tempo. La scrittura di Alessandro Billotta è multiforme, stratificata, suggestiva, a tratti diretta e a tratti enigmatica, imbastisce inganni e svela misteri con una capacità di racconto in grado di soddisfare il palato del lettore più esigente anche e soprattutto perché non ne insulta l'intelligenza, offrendo semmai numerose chiavi di lettura e stimoli a una rilettura immediata del numero appena concluso. Straordinario, per esempio, il gioco in atto sui cliché del supereroe (Mercurio e Ottone come Batman e Robin). Dei disegni non ci si può certo lamentare, avendo visto all'opera finora fior di professionisti come Matteo Mosca, Giampiero Casertano, Onofrio Catacchio e Sergio Gerasi, alle prese con sceneggiature che suggeriscono talvolta trovate grafiche (quasi) mai viste prima in un fumetto bonelliano (le vignette mute che illustrano sapori o sensazioni, per esempio). I colori, a forte rischio di rivelarsi il punto debole dell'intera operazione, migliorano numero dopo numero. Ma al di là di tutte queste parole, basterebbe la lettura di un albo delizioso come questo numero 4, attualmente in edicola, per vincere le ultime resistenze, una spiazzante avventura culinaria che grazie alla ricchezza delle sue sfumature che potrebbe accontentare qualsiasi gusto: dagli appassionati di fumetto d'autore in stile Gipi a coloro che sguazzano nella bédé franco-belga. Un numero che profuma di pietanze della cucina popolare romana ma anche di acutissime sfide intellettuali, con personaggi mai scontati o prevedibili, con una premessa semplice e una risoluzione commovente. La genialità dello Sclavi dei primissimi "Dylan Dog" sembra aver davvero trovato un erede. Speriamo soltanto che le vendite mantengano a lungo in edicola quella che sta promettendo di diventare una delle serie bonelliane più belle di sempre.

mercoledì 28 giugno 2017

La deriva del giornalismo italiano (scientifico e non)

Quando nei giorni scorsi ho letto su diversi siti di quotidiani italiani la notizia che, secondo Anonymous, la NASA stava per annunciare l'esistenza degli extraterrestri, subito la cosa mi è sembrata alquanto improbabile. E infatti, è già arrivata l'ovvia smentita. Praticamente un tizio qualsiasi, dichiarando di appartenere ad Anonymous (non sarebbe neanche vero), ha pubblicato un video su Youtube in cui afferma che dietro alcune dichiarazioni di un rappresentante della NASA risalenti a oltre un anno fa (!) si nasconderebbe la prova che era imminente un annuncio in tal senso. Come ricostruisce l'ottimo Paolo Attivissimo sul suo blog, la fake news era talmente evidente, e facilmente verificabile con un minimo di indagine giornalistica, che stupisce il fatto che tutte le maggiori testate italiane (parliamo de "La Repubblica" e del "Corriere della Sera", fra gli altri) l'abbiano ripresa senza alcun controllo e dandole risalto come se fosse vera. Con un simile livello qualitativo, c'è da stupirsi se il giornalismo e l'editoria tradizionale sono in crisi? E se, purtroppo, i paladini dell'antiscienza (quei criminali degli antivaccinisti in primis) hanno sempre più vita facile a diffondere le loro baggianate?


La Repubblica


Il Messaggero


Corriere della Sera


Huffingston Post

mercoledì 7 giugno 2017

Mercurio Loi 1

Nei giorni scorsi è sbarcata nelle edicole una nuova collana a fumetti edita da Sergio Bonelli Editore, con alcune caratteristiche che la distinguono parecchio dalle altre. "Mercurio Loi", creata dall'abile sceneggiatore Alessandro Billotta (il primo numero è disegnato da Matteo Mosca), è ambientata nella Roma dei primi decenni dell'Ottocento, quando la Città Eterna era ancora la capitale del Regno Pontificio, fra intrighi politici e religiosi, misteriose sette esoteriche o carbonare, e sfide intellettuali fra figure che ricordano (in versione teverina) Sherlock Holmes e Moriarty. Il personaggio era già apparso in un numero della collana "Le Storie", il 28 (uscito nel gennaio 2015), e ora diventa protagonista di una serie mensile tutta sua. È il primo caso di "spin-off" che nasce da quella serie antologica (ma non resterà l'unico: è già in programma una collana dedicata ai "samurai" di Recchioni e Accardi). Se l'ambientazione ha sicuramente il suo perché (il setting italiano non è frequentatissimo dagli autori di casa Bonelli: a memoria, ricordo solo la miniserie "Volto Nascosto" di Gianfranco Manfredi e una sequenza di albi del "Martin Mystère" di Alfredo Castelli, oltre naturalmente ad alcuni albi singoli od occasionali di altre collane, antologiche o meno), il vero punto di forza di "Mercurio Loi" sembra già da subito il lavoro di sceneggiatura di Billotta, che dona profondità e una caratterizzazione originale ai vari personaggi, giocando con i cliché del genere ma lanciando al lettore numerosi spunti da approfondire nei numeri a venire. Le copertine sono di Manuele Fior, il cui stile è decisamente poco bonelliano. Una nota sull'uso del colore: da "Orfani" in poi, la quadricromia sembra diventata quasi uno standard per le nuove proposte della casa editrice: forse per aumentarne l'appeal verso i lettori più giovani (o per facilitarne l'esportazione all'estero), o magari per giustificare un prezzo di copertina più alto. In questo caso, però, la scelta mi pare infelice: come l'albo de "Le Storie" aveva dimostrato, il bianco e nero è perfetto per riprodurre gli scenari della Roma del primo Ottocento e le atmosfere ricche di misteri e di intrighi delle vicende raccontate da Billotta. Se non rovina le tavole dei disegnatori (almeno non si tratta di una colorazione "a posteriori", come in altri casi), il colore non vi aggiunge nemmeno nulla e francamente avrei preferito che se ne facesse a meno. Infine, una curiosità: le iniziali del personaggio (M.L.) sono le stesse della proposta della casa editrice che lo ha immediatamente preceduto (Morgan Lost).

lunedì 22 maggio 2017

Chiamarsi Mozart o Einstein...

Chiamarsi Mozart o Chopin, Einstein o Newton, Manzoni o Pasolini può essere quanto meno impegnativo... ma non ha impedito ad alcune persone di diventare celebri a loro volta (anche se naturalmente non quanto i loro omonimi)...

Ecco solo alcuni dei tanti possibili esempi di persone (i link portano alle rispettive pagine su Wikipedia) che, quando si legge il cognome, si pensa a qualcun altro!

NEWTON

Helmut Newton
fotografo

EINSTEIN

Alfred Einstein
musicologo

HITLER

Adolf Lu Hitler Marak
politico

BACH

Richard Bach
scrittore

SCHUBERT

Karin Schubert
attrice

CHOPIN

Kate Chopin
scrittrice

MOZART

Mozart Santos Batista
calciatore

SHAKESPEARE

Craig Shakespeare
allenatore

MANZONI

Piero Manzoni
artista

PASOLINI

Renzo Pasolini
pilota

WASHINGTON

Denzel Washington
attore

GODARD

Benjamin Godard
compositore

Vale anche per i personaggi dei fumetti!

KANT

Eva Kant
(Diabolik)

RASPUTIN

Rasputin
(Corto Maltese)

WAGNER

Kurt Wagner
(X-Men)

BRANDO

Dio Brando
(JoJo)

ARCHIMEDE

Archimede Pitagorico
(Disney)

OMERO

Homer Simpson
(I Simpson)