lunedì 21 aprile 2014

La storia della musica in 7 minuti

Un video realizzato da un disegnatore spagnolo (Pablo Ruiz Morales de los Rios) che ripercorre in pochi minuti la storia della musica occidentale dagli albori dell'umanità ai giorni nostri...

mercoledì 9 aprile 2014

Ken Parker (edizione definitiva)



Da dopodomani, in edicola e in libreria, sarà disponibile il primo volume dell'edizione definitiva di Ken Parker, la grande serie western creata nel 1977 da Giancarlo Berardo e Ivo Milazzo per la Sergio Bonelli Editore (allora chiamata Cepim) e proseguita nel corso dei vent'anni successivi attraverso vari editori, vari formati e varie collane. Si tratta di una saga ad ampio respiro, dove l'avventura si fonde con la poesia, i grandi spazi della frontiera americana sono il palcoscenico di atti di eroismo, di grande umanità, di tragedia e di commedia, e i temi trattati spaziano a tutto campo, spesso andando oltre i confini di ciò che si attende da un racconto western. Merito di un pugno di autori (oltre ai due creatori, vanno ricordati i disegnatori Giorgio Trevisan, Giancarlo Alessandrini, Bruno Marraffa, Carlo Ambrosini, Sergio Tarquinio e Pasquale Frisenda, e gli sceneggiatori Alfredo Castelli, Tiziano Sclavi e Maurizio Mantero) che hanno saputo "uscire dai canoni" e offrire una rilettura personale, poetica, ironica o drammatica, della storia americana dei diciannovesimo secolo. Questa edizione, che per l'occasione sarà "rivista e corretta" dagli autori, ospiterà anche un racconto conclusivo realizzato per l'occasione, che porrà la parola fine alle avventure del personaggio (come richiesto a gran voce dagli appassionati sin dal 1998, quando fu pubblicata l'ultima storia, che lasciava la saga con un finale aperto). L'edizione sembra davvero ottima: sono previsti 50 volumi settimanali di grande formato (più grandi di un Bonelli, dunque) di circa 200 pagine ciascuno, in gran parte in bianco e nero (con l'eccezione di quelli con le storie apparse originariamente a colori, che verranno riproposte nella corretta quadricromia). Per chi non conosce il personaggio, ma anche per chi possiede le storie in un'infinità di formati diversi o non fosse soddisfatto delle precedenti ristampe cronologiche (quella più recente, di Panini Comics, era per esempio in un formato ridotto), è un'occasione da non perdere!



venerdì 21 marzo 2014

Expendables 3

Hype a mille!
Fra le new entry di questo terzo capitolo: Harrison Ford, Antonio Banderas, Mel Gibson, Wesley Snipes.

mercoledì 15 gennaio 2014

Tutto Scarpa!



Un altro sogno che si avvera! Dopo le serie cronologiche di Carl Barks e Floyd Gottfredson, arriva in edicola (ogni lunedì, allegata al Corriere della Sera o a La Gazzetta dello Sport) la raccolta completa dell'opera omnia di Romano Scarpa, il più grande autore Disney italiano.
Anche chi non è un appassionato, dovrebbe almeno procurarsi i primi 6-7 volumi (per un totale di 48) dell'opera, contenenti alcuni dei più grandi capolavori della produzione Disney italiana degli anni sessanta: storie come "Il doppio segreto di Macchia Nera", "Le lenticchie di Babilonia", "L'unghia di Kalì", "La dimensione Delta", "Le sorgenti mongole", "L'uomo di Ula-Ula", "La collana Chirikawa"... una più bella dell'altra, una serie incredibile di lavori in cui il veneziano Scarpa è in grado contemporaneamente di rifarsi ai maestri che l'hanno preceduto (Barks e Gottfredson, per l'appunto: forse è l'unico autore al mondo che può essere definito l'erede di entrambi!) e di sviluppare uno stile personale, indipendente e (per quanto possa sembrare assurdo) al contempo italiano e universale. La sua capacità di dare vita a personaggi umanissimi (pari, in questo, soltanto ai due "grandi" già citati) si sposa con l'abilità di sviluppare soggetti originali e trame accattivanti, con frequenti rimandi al cinema (Hitchcock in particolare) e alla letteratura. Autore completo per gran parte della sua carriera iniziale, diraderà in seguito le sceneggiature per dedicarsi solo ai disegni, illustrando testi di Guido Martina, Rodolfo Cimino e tanti altri. È da ricordare anche come il creatore di numerosi personaggi entrati a far parte di diritto del "canone" disneyano, fra i quali Brigitta, Trudy, Atomino Bip-Bip, Filo Sganga, Paperetta Yè-Yè e Gancetto.
Ogni volume della collana conterrà ben 360 pagine, dunque quasi il doppio rispetto alle serie precedenti. Inutile dire che ritengo l'operazione altamente meritoria e imperdibile. Questa volta, nonostante il titolo "ombrello" ("Le più grandi storie Disney"), in copertina figura anche il nome dell'autore, com'è giusto che sia: segno che si sta cominciando a capire che il target di questo tipo di collane non è soltanto il lettore casuale, ma anche e soprattutto il fan collezionista e filologo.

mercoledì 1 gennaio 2014

Il 2013 al cinema

Buonissima annata per il cinema, con diversi film da ricordare. Nella mia personale classifica, la palma di miglior pellicola vista in sala nel 2013 va a "La grande bellezza" di Paolo Sorrentino, un capolavoro ingiustamente snobbato dalla giuria del Festival di Cannes (ma ha già cominciato a rifarsi, vincendo gli Oscar europei ed entrando nelle nomination dei Golden Globe e degli Oscar americani, per quello che valgono questo tipo di premi). Era da tempo che non uscivo così soddisfatto dalla visione di un film italiano: d'altronde proprio Sorrentino è, insieme a Matteo Garrone, il miglior talento attuale della nostra cinematografia. L'anno si era aperto con un altro grande film, anch'esso snobbato dalla critica (ma pure dal pubblico): "Cloud Atlas", opera fluviale a sei mani dei fratelli Wachowski e di Tom Tykwer, con sei storie che si intrecciano su diverse scale temporali. E sullo stesso livello di eccellenza metterei anche l'affascinante "Gravity" di Alfonso Cuarón e il sorprendente "Locke" di Steven Knight (un titolo, quest'ultimo, visto al Festival di Venezia e che non ha ancora goduto di una distribuzione regolare nelle nostre sale).

Ma non finisce qui: il 2013 ci ha portato altri ottimi film, come "Venere in pelliccia" di Roman Polanski, "Still Life" di Uberto Pasolini, "Nella casa" di François Ozon, "Solo Dio perdona" di Nicolas Winding Refn, "Il passato" di Asghar Farhadi, "The grandmaster" di Wong Kar-wai, "La vita di Adele" di Abdellatif Kechiche (un po' sopravvalutato, a dire il vero) e "Il tocco del peccato" di Jia Zhang-ke. E subito dietro, non dimentichiamo "Qualcuno da amare" di Abbas Kiarostami, "No – I giorni dell'arcobaleno" di Pablo Larraìn, "Confessions" di Tetsuya Nakashima e "Miss Violence" di Alexandros Avranas. Ai festival si sono anche visti (e speriamo che nel 2014 giungano nelle sale italiane) "Like father, like son" di Hirokazu Koreeda, "Nemico di classe" di Rok Biček, "Tutto sua madre" di Guillaume Gallienne e "Tom à la ferme" di Xavier Dolan. Se il cinema d'autore ha fatto faville, non di meno è stato quello popolare (sempre che la distinzione abbia ancora senso). La fantascienza, oltre ai già citati "Gravity" e "Cloud Atlas", ci ha regalato perle come "Pacific Rim" di Guillermo del Toro e "Oblivion" di Joseph Kosinski (nonché "The zero theorem" di Terry Gilliam, anch'esso in attesa di distribuzione). Il fantasy ha naturalmente il suo portabandiera nel secondo capitolo de "Lo Hobbit" di Peter Jackson (anche se non mi ha entusiasmato come speravo). La commedia romantica e familiare mette sul piedistallo "Questione di tempo" di Richard Curtis, quella di costume "Don Jon" di Joseph Gordon-Levitt.

Fin qui le note liete: veniamo alle parziali delusioni. Non hanno brillato né il cinema d'animazione ("Monsters University", "Frozen"), né quello di supereroi ("Iron Man 3", "Thor 2", "L'uomo d'acciaio"). Sul fronte degli autori, mi aspettavo sicuramente di più da "Django Unchained" di Quentin Tarantino (ottima la prima ora, molto meno il resto) e "Gli amanti passeggeri" di Pedro Almodóvar. Buoni, ma nulla di più, "Giovane e bella" di Ozon e "Nebraska" di Alexander Payne, interessanti ma sopravvalutati gli americani "Re della terra selvaggia" di Benh Zeitlin e "Il lato positivo" di David O. Russell. Pollice decisamente verso, infine (ma senza sorprese: sono tutti registi che non amo particolarmente), per "Lincoln" di Spielberg (noiosissimo), "The master" di Paul Thomas Anderson, "Frankenweenie" di Tim Burton, "Il grande Gatsby" di Baz Luhrmann e "C'era una volta a New York" di James Gray. Tornando al cinema italiano, dietro al citato Sorrentino c'è il vuoto. Si salvano comunque, per motivi diversi, "Viva la libertà" di Roberto Andò, "Zoran, il mio nipote scemo" di Matteo Oleotto, e in parte "La prima neve" di Andrea Segre. Nulla di che "Sacro GRA" di Gianfranco Rosi (discutibilissimo il Leone d'Oro a Venezia) e "L'arte della felicità" di Alessandro Rak, pessimi "Via Castellana Bandiera" di Emma Dante e "La variabile umana" di Bruno Oliviero. Ma il peggior film dell'anno, a mani basse, resta l'imbarazzante "The canyons" di Paul Schrader.

sabato 28 dicembre 2013

Natale: esercizi di stile

La mattina di Natale, come la immaginerebbero alcuni celebri registi (da Stanley Kubrick a Werner Herzog, da Lars Von Trier a Woody Allen):


Ed ecco la risposta italiana, con registi come Nanni Moretti, Sergio Leone, Paolo Sorrentino e Leonardo Pieraccioni:


mercoledì 18 dicembre 2013

Le Storie 15: I fiori del massacro

Fatevi un favore e correte in edicola ad acquistare il numero 15 de "Le Storie". Per soli 3,50 euro avrete uno degli albi a fumetti più belli dell'anno, con una storia costruita da Roberto Recchioni sulla struttura di un haiku (frattale, per giunta) e disegni meravigliosi di Andrea Accardi. Entrambi gli autori usano il tratteggio: l'uno per dar vita a un personaggio indimenticabile, l'altro per creare immagini che trafiggono la pupilla. Una vicenda emotiva e violenta, degna di un chambara cinematografico, con improvvisi squarci di poesia. Se qualcuno si lamenta ancora del fumetto popolare italiano, confrontandolo con quello di Francia, Usa o Giappone, pensi che da noi escono in edicola robe del genere!

Qui le prime undici pagine in anteprima.

martedì 17 dicembre 2013

La cortesia paga



Il titolare di un bar di Nizza ha esposto questi prezzi per un caffè preso in terrazza:

"Un caffè": 7,00 euro
"Un caffè, per favore": 4,25 euro
"Buongiorno, un caffè, per favore": 1,40 euro

domenica 8 dicembre 2013

La Traviata (La Scala 2013)

A meno di due mesi di distanza dal bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi, La Scala inaugura la nuova stagione con una delle sue opere più popolari, e personalmente la mia preferita fra tutti i lavori del maestro di Busseto: "La Traviata". Peccato, però, che non tutto sia filato liscio dal punto di vista artistico, visto che l'allestimento ha sollevato più critiche che consensi. Colpa soprattutto della (contestatissima) regia di Dmitri Tcherniakov che ha "giocato" fin troppo con i rapporti fra i personaggi, ha spogliato l'opera di quasi tutti i suoi elementi emotivi più profondi e ne ha dato un'interpretazione che, soprattutto nel terzo atto (quello della malattia e della morte di Violetta) lascia davvero perplessi: sembra suggerire addirittura che la donna non sia malata di tisi, ma soltanto nevrotica, una pazza da assecondare (e così si spiega l'apparente indifferenza di Alfredo per la sua morte), che si imbottisce di whisky e di psicofarmaci. In precedenza è mancato anche lo sfarzo delle feste (niente maschere per le zingarelle e i mattadori, per esempio), sostituito da una sciatta volgarità (Annina sembra Vanna Marchi, Flora si veste da pellirossa). Simpatica invece la casa di campagna di Alfredo, dove i due amanti si trastullano a fare la pasta con il mattarello e a tagliare zucchine.

Non impeccabile nemmeno la direzione d'orchestra di Daniele Gatti, che a volte rallenta improvvisamente il ritmo mettendo in difficoltà i cantanti (soprattutto il tenore Piotr Beczala, non sempre adeguato, come in "Parigi o cara") e altre volte trasforma il tutto in un valzer ("No, non udrai rimproveri"), esplicitando quello che Verdi aveva lasciato soltanto in sottofondo nella partitura, o forse semplicemente assecondando la visione del regista di un mondo dove rigore e stabilità sono assenti e tutto risulta alterato o squilibrato da droga e volgarità. Musicalmente è da notare che Gatti ha scelto di rifarsi alla versione della Traviata del 1853 e non a quella, rimaneggiata in seguito dal compositore, che viene tradizionalmente eseguita: lo rivela, fra le altre cose, la conclusione con l'ultima battuta che spetta a Grenvil, il dottore, che declama "È spenta!" proprio sulle ultime note (e a questo proposito, chi non ricorda Alberto Sordi in "Mi permette, babbo!"?).


A uscirne bene, ieri sera, sono stati i cantanti: soprattutto Diana Damrau (Violetta, un vero trionfo personale il suo) e il baritono Željko Lucic (Germont), come testimoniano gli applausi che sono scattati copiosi dopo il loro duetto del secondo atto e, ancora di più, dopo "Addio del passato" nel terzo, interpretato dalla soprano tedesca con una voce sottile eppure limpida. Perplessità sui costumi, contemporanei (e questo non è un male) ma raffazzonati e privi di qualsivoglia identità: alle feste di Flora e di Violetta si vedeva di tutto (e vogliamo parlare di quella parrucca?). Nel complesso, non certo una "Traviata" da ricordare.

venerdì 18 ottobre 2013

Orfani 1

La prima serie mensile Bonelli interamente a colori (finora la regola del bianco e nero era stata infranta solo in occasione di collane speciali o di numeri celebrativi) è una saga di fantascienza fortemente debitrice all'immaginario dei videogiochi e dei kolossal di SF d'azione americani. Lo sceneggiatore Roberto Recchioni (che l'ha concepita dividendola in "stagioni" di 12 fascicoli l'una) e il disegnatore Emiliano Mammuccari (che ha illustrato il primo numero e creato graficamente i personaggi; le copertine sono invece di Massimo Carnevale) hanno sfornato un albo d'esordio che mette subito in chiaro le ambizioni della collana: offrire al lettore una narrazione più agile e veloce, con dialoghi più asciutti (da film d'azione, appunto) e privi della verbosità e della ridondanza tipica di molte testate bonelliane, appoggiandosi a personaggi e situazioni che richiamano alla mente topoi e stereotipi dell'intrattenimento videoludico e del cinema americano di fantascienza, ma non per sfociare nel citazionismo fine a sé stesso bensì per "risparmiare" inutili spiegoni e dedicarsi solo all'approfondimento dei protagonisti e alle loro vicende, dando per scontato quello che un lettore/spettatore appassionato del genere può benissimo intuire da solo. Ecco perché questo numero introduttivo soddisfa pienamente pur lasciando in sospeso molti retroscena relativi all'ambientazione e ai protagonisti: anche chi non avesse la pazienza di scoprire come evolverà la vicenda (finora divisa in due archi temporali: quella in cui il gruppo di protagonisti è ancora formato da bambini, e quella – collocata una decina di anni più tardi – in cui si è trasformato in un'unità di soldati speciali) può comunque divertirsi a riempire i "buchi" con la propria immaginazione, visto che gli autori gliene lasciano ampia facoltà. Dicevo della mancanza di citazionismo (a parte alcune minuscole e inevitabili eccezioni: dal titolo "Benniano" del primo numero all'apparizione dell'orso che proviene direttamente dalle tavole dei "Nuovi Mutanti" di Bill Sienkiewicz): ciò nonostante, il primo albo rivela con chiarezza alcuni debiti per quanto riguarda l'ispirazione: "Il signore delle mosche" di Golding e "Starship Troopers" di Henlein su tutti. E trasmette una forte sensazione di novità per quanto riguarda il linguaggio (sia testuale che illustrativo) all'interno del mondo Bonelli, pur senza rinunciare ad alcune caratteristiche ormai consolidate (formato, foliazione e impaginazione sono essenzialmente le stesse di tutti gli altri titoli della casa editrice: l'unica eccezione è appunto il full color, che a una prima e veloce occhiata sembra apparentare le tavole più con i comics americani che con i classici albi italiani). Insieme alla recente "Le storie", è una collana che dimostra una decisa volontà di battere strade diverse, o comunque non così "scontate", da parte della casa editrice.

martedì 8 ottobre 2013

Nobel per il bosone di Higgs



I fisici teorici Peter Higgs e François Englert hanno vinto il Premio Nobel per la Fisica grazie alla loro ipotesi (risalente a quasi cinquant'anni fa!) sul meccanismo attraverso il quale tutte le particelle subatomiche avrebbero la massa. La scoperta della "particella di Dio", come è stato ribattezzato dai media il bosone di Higgs, annunciata un anno fa al CERN di Ginevra in seguito a una serie di esperimenti effettuati nel LHC (Large Hadron Collider), il più grande acceleratore di particelle del mondo, aveva confermato la teoria. Ed ecco che da Stoccolma arriva il meritato riconoscimento (che sarebbe dovuto andare anche a Robert Brout, collaboratore di Englert scomparso nel 2011).

venerdì 4 ottobre 2013

Topolino alla Panini

La copertina di "Topolino" n. 3019, il primo numero edito da Panini, è un piccolo capolavoro. Giorgio Cavazzano è riuscito nell'impresa di realizzare un'immagine che comunica a tutti l'identità del nuovo editore (richiamando la celebre icona delle figurine dei calciatori che hanno fatto la fortuna dell'azienda modenese) senza tradire al tempo stesso lo spirito Disney. Da notare che si tratta del terzo cambio di editore per la storica testata nel nostro paese. Prima di Panini, infatti, ci sono stati Nerbini (1932-1935, nel formato "giornale"), Mondadori (1935-1988, con il passaggio nel 1949 al formato "libretto") e infine la stessa Disney Italia (1988-2013). Qui sotto, le copertine dei primi numeri dei tre editori.

martedì 10 settembre 2013

Ti prego, lasciati mandare al macero

Circola ormai parecchio per internet (e sarebbe anche stata saccheggiata da un altro quotidiano) la recensione/stroncatura di Pippo Russo, apparsa originariamente su "L'Unità", del romanzo di Anna Premoli "Ti prego lasciati odiare", scandalosamente vincitore dell'ultimo premio Bancarella nonostante la pessima scrittura e la scarsa cura editoriale (il che dice molto più sul sistema dei premi e sullo stato dell'editoria italiana che non sul libro stesso). La potete leggere integralmente sul blog di Russo, ovvero qui. Ma non posso esimermi da riportarne uno stralcio:

[...] Quest’ultimo passaggio cita un luogo comune fra i più abusati. E su questo piano Premoli è davvero un caso letterario, perché saccheggia la lista delle formule stereotipe lasciandone inutilizzate non più di tre o quattro. Nelle pagine del libro trovate infatti: “bianco come un lenzuolo” (pagina 15); “abbiamo bevuto come spugne” (pagina 18); “non avevo mai fatto male a una mosca” (pagina 24); “si sciolgono come neve al sole” (pagina 31); “puntuale come un orologio svizzero” (pagina 33); “come pesci fuor d’acqua” (pagina 47); “silenzio funereo” (pagina 52); “Mi vergogno come una ladra” (pagina 53); “tesa/o come una corda di violino” (pagine 54 e 71); “ci guardiamo in cagnesco” (pagina 56); “via il dente via il dolore” (pagina 103); “tacco vertiginoso” (pagine 105 e 110); “l’occasione servita su un piatto d’argento” (pagina 118); “Tra le braccia di Morfeo” (pagina 138); “Cosa bolle in pentola” (pagina 160); “dopo aver dormito tutta la notte come un ghiro” (pagina 174); “rossa come un peperone alla griglia” (pagina 229); “c’è del marcio in Danimarca” (pagina 229); “Non mi importa un fico secco” (pagina 242); “religioso silenzio” (pagina 289); “portare acqua al mio mulino” (pagina 290); “noi siamo due elefanti in cristalleria” (pagina 291). Un’altra caratteristica dell’autrice è la refrattarietà al punto di domanda. Ve ne riportiamo solo alcuni esempi, perché i frammenti sono davvero tanti: “E chi può saperlo” (pagina 121); “E io cosa ne so…” (pagina 175); “Cosa c’entra” e “Certo, come no” (entrambi a pagina 235) “Certo, come no” (ripetuto a pagina 241); “a chi vuoi darla a bere” (pagina 259). Ma ciò che davvero fa di “Ti prego lasciati odiare” un caso letterario sono gli strepitosi nonsense. Si parte da pagina 23 con “dopo un anno di lotte di quartiere”, che avrebbe dovuto essere “lotte senza quartiere”. A pagina 98 si legge un tragicomico “per forze di causa maggiore”. Memorabile il frammento a pagina 224: “Al massimo sono inciampata per sbaglio”. E già, perché di norma s’inciampa di proposito. Soprattutto, a pagina 227 c’è un ossimoro che potrebbe essere studiato nelle scuole d’italianistica: “azzardo prudentemente”.

sabato 7 settembre 2013

Cortocircuiti cine-musicali 4

Torna la rubrica che mette in luce strani collegamenti nel mondo della musica e del cinema.

Da Borodin ai videogiochi giapponesi
(passando per "Kismet" e Mina)


Stavolta partiamo dalle "danze polovesiane" del compositore russo Alexander Borodin, tratte dall'opera "Il principe Igor" del 1890 (i Polovesi, o Polovici, erano una popolazione nomade della Turchia, noti anche come Cumani). L'opera, rimasta incompiuta alla morte di Borodin, fu completata nell'orchestrazione da Nikolai Rimsky-Korsakov e Alexander Glazunov. Nella clip qui sotto, ecco le danze nella versione diretta da Valery Gergiev con le coreografie classiche di Mikhail Fokine:


Già nel 1939, Paul Whiteman (colui che commissionò la "Rapsodia in blu" a Gershwin) si ispirò alla seconda danza, quella delle fanciulle, per comporre una canzone che riscosse un certo successo, intitolata "My Fantasy". Eccola nella versione cantata da Pauline Byrne, con l'orchestra di Artie Shaw, eseguita nel 1940:


Nel 1953, Robert Wright e George Forrest "saccheggiarono" a loro volta le melodie di Borodin per realizzare un musical di Broadway, "Kismet". Il brano più famoso del musical, "Stranger in Paradise", è basato proprio sulla danza delle fanciulle polovesiane. Questo è l'adattamento hollywoodiano del 1955 diretto da Vincente Minelli, intitolato in italiano "Uno straniero fra gli angeli" (il cantante è Vic Damone, lei è Ann Blyth).


Questa invece è la versione più popolare della canzone, quella interpretata da Tony Bennett (fra le altre celebri cover sono da ricordare quelle di Bing Crosby, Tony Martin e Four Aces):


"Stranger in Paradise" (oltre a dare il titolo a un racconto di Isaac Asimov e a un fumetto di Terry Moore) è stata rifatta mille volte, per esempio da Sarah Brightman:



o da Mina, che ne accennò un spezzone durante lo spettacolo "Milleluci", nel 1974:



Ma l'uso più assurdo che ne è stato fatto è quello di background music nel videogioco giapponese "Jikkyō Oshaberi Parodius":

venerdì 23 agosto 2013

La filosofia di Topolino

Sulla scia di popolari saggi come "La fisica di Star Trek", "La fisica dei supereroi" e "I Simpson e la filosofia", Giulio Giorello – coadiuvato dalla giovane Ilaria Cozzaglio – si propone in questo testo di analizzare il pensiero filosofico presente nelle classiche storie di Mickey Mouse, sviscerando la weltanschauung del personaggio e trattandolo "come se fosse un collega", o meglio (cito dalla recensione di Stefano Marullo) "un genio laico, umanissimo e spesso in preda a interiori combattimenti rispetto alla complessità di un mondo circostante in cui si intrecciano cattiveria e lealtà". Ogni capitolo ripercorre dunque una celebre avventura di Topolino (in tutto dodici, scelte fra le più belle saghe disegnate da Floyd Gottfredson per i quotidiani americani, più due appendici dedicate rispettivamente a storie di Romano Scarpa – suo anche il disegno di copertina – del britannico Ronald Neilson), sottolineando le assonanze con le idee e le intuizioni dei più influenti pensatori dell'umanità (da Nietzsche a Cartesio, da Russell a Darwin, da Socrate a Galileo, da Spinoza a Democrito, da Einstein a Hume). Più interessante forse per i lettori di fumetti che non per gli appassionati di filosofia, il volume ha il difetto di non ruotare intorno a un tema o una tesi centrale, ma semplicemente di accatastare spunti e suggestioni in maniera non sempre rigorosa. Ogni capitolo, insomma, è a sé stante. Inoltre, senza voler mettere in discussione la grande qualità delle sceneggiature dei vari Ted Osborne, Merrill De Maris e Bill Walsh, molte delle risonanze trovate fra i dialoghi delle storie disneyane e i pensieri di filosofi e scienziati sembrano francamente superficiali, arbitrarie o pretestuose, anche perché – a ben vedere – la filosofia, se si vuole trovarla, la si trova ovunque. E nel complesso l'operazione compiuta dagli autori del volume pare un giochino fine a sé stesso piuttosto che una ficcante analisi come quelle che altri intellettuali italiani hanno compiuto in passato sul medium fumetto (il primo che viene in mente, naturalmente, è Umberto Eco).

venerdì 5 luglio 2013

Dietro le quinte - C'era una volta il west

Foto scattate sul set del film "C'era una volta il west" (1968) di Sergio Leone (quasi tutti gli scatti sono del fotografo di scena, Angelo Novi).

venerdì 28 giugno 2013

Dragonero (e "Le Storie")

Si è scritto da più parti che “Dragonero”, il cui primo numero è uscito questo mese, è la prima serie fantasy pubblicata dalla Bonelli. Non è vero: a parte il dettaglio che elementi fantasy hanno sempre fatto capolino nelle testate dell'editore milanese (da “Tex” a “Zagor”, da “Martin Mystère” a “Dylan Dog”), non si può negare che titoli come “Gea” e “Brendon” erano già indiscutibilmente fantasy, e soprattutto che lo erano alcune miniserie presenti su testate antologiche come “Zona X” (su tutte, “La stirpe di Elän”). In realtà “Dragonero” (che prende avvio dall'omonimo “romanzo a fumetti” pubblicato nel 2007) è la prima testata regolare Bonelli di high fantasy alla Tolkien: e proprio in questa natura stanno tutti i suoi limiti. Ingessata negli stereotipi del mondo tolkieniano (basti pensare alle razze – orchi, elfi, ecc. – o alla mappa del territorio in terza di copertina) e di quello dei giochi di ruolo come Dungeons & Dragons (a loro volta nati come schematizzazione degli elementi tolkieniani), non soltanto offre ben poco di originale a un lettore appassionato di fantasy, ma ignora bellamente tutti gli sviluppi e le diramazioni che il genere ha offerto negli ultimi cinquant'anni. Soggetti e sceneggiature (di Luca Enoch e Stefano Vietti) sembrano dare per scontato che da questi elementi non si possa prescindere, e non si interrogano mai sulla loro ragion d'essere. Un esempio su tutti: per quale motivo i due compagni dell'eroe sono un orco e un'elfa, se poi parlano e si comportano come esseri umani? Sembrano quasi nascere da un obbligo di inserire un orco e un'elfa nella storia, perché nel fantasy devono esserci orchi ed elfi. Dettagli a parte, comunque, il primo numero racconta una vicenda (che continuerà per altri tre fascicoli) non troppo accattivante. Belli, invece, i disegni di Giuseppe Matteoni.


Tutt'altra qualità troviamo in un'altra collana bonelliana, in edicola ormai da nove mesi e di cui, colpevolmente, non avevo ancora parlato: “Le Storie”. Come suggerisce il titolo, si tratta di albi autoconclusivi, slegati l'uno dall'altro (e dunque senza un protagonista in comune), con vicende ambientate in epoche diverse e appartenenti a filoni e generi differenti, spesso opera dei migliori “autori” (nel vero senso della parola) della casa editrice. Si va da racconti di ambientazione storica (la Rivoluzione Francese, il Giappone dei samurai, l'India coloniale) ad altri che sono semmai ascrivibili a generi narrativi ben precisi (la fantascienza, la gangster story, il western, il bellico, lo spionaggio). Ma non mancano contaminazioni (il numero 9, “Mexican Standoff”, mescola per esempio alieni e malavitosi messicani e pare l'equivalente di un film di Tarantino o di Rodriguez), rivisitazioni spiazzanti e colpi di scena, che consentono alle vicende di travalicare i generi, di stupire il lettore e di mettere a dura prova le sue aspettative. Il bello di una collana così, a parte l'alta qualità di testi e disegni (abbiamo visto finora all'opera, fra gli altri, Paola Barbato, Roberto Recchioni, Alessandro Billotta e Diego Cajelli come scrittori; Giampiero Casertano, Bruno Brindisi, Carlo Ambrosini e Andrea Accardi come disegnatori; e Paolo Morales e Gigi Simeoni come autori completi), è proprio la varietà, che impedirà sia la sclerotizzazione su temi e personaggi sempre uguali (il peggior difetto di molte serie Bonelli, dove i personaggi tendono a diventare macchiette e le trame a ripetersi) sia il rifiuto del tentativo di sperimentare qualcosa di nuovo. “Le Storie” potranno diventare un laboratorio dove lanciare, provare, osare tutto quello che non può essere fatto sulle testate regolari. Un po' come in passato succedeva con altre collane antologiche, come la stessa “Zona X” o la leggendaria “Un uomo, un'avventura”.

mercoledì 26 giugno 2013

The Best Introduction to the Mountains

Vi segnalo (lo trovate qui) un interessante, nostalgico e autobiografico articolo di Gene Wolfe su J.R.R. Tolkien, scritto originariamente per l'antologia "Meditations on Middle-Earth" ma pubblicato poi sulla rivista "Interzone" nel dicembre 2001. Inizialmente pensavo di tradurlo in italiano, ma sarebbe stato un lavoraccio (la prosa di Wolfe non è leggerissima), e dunque leggetevelo in inglese!

martedì 28 maggio 2013

Topolino 3000

Da tempo, per vari motivi (non ultimo quello di essere rimasto affezionato a storie, atmosfere e autori del passato: Scarpa, Bottaro, Cavazzano...), non compravo o leggevo "Topolino". Sporadiche letture nell'ultimo decennio mi avevano mostrato come la rivista si fosse concentrata su un pubblico esclusivamente infantile, con storie sempre più leggerine e disegnatori "cloni" l'uno dell'altro. Ho fatto ora un'eccezione per il celebrativo numero 3000, che mi ha lasciato sensazioni contrastanti. Le storie, benché appunto lontane dallo spessore dei capolavori del passato, non mi sono sembrate da buttar via, anche se immagino che per l'occasione si sia ricorso ai "grossi calibri" (fra gli sceneggiatori figurano, fra gli altri, Tito Faraci e Francesco Artibani; fra i disegnatori, oltre all'intramontabile Giorgio Cavazzano, si segnalano Corrado Mastantuono e Silvia Ziche), ma ovunque si respira un'aria di autoreferenzialità che non credo si possa spiegare soltanto con la ricorrenza da festeggiare. Mi pare che sia in atto un tentativo di "coinvolgere" a forza il pubblico, di convincerlo di far parte di una "tribù", e non con la qualità delle storie ma con l'insistenza su rimandi, riferimenti, strizzatine d'occhio che finiscono solo col distrarre durante la lettura.

Nota a margine: venticinque anni fa, poco dopo l'uscita in edicola del numero 1700, i diritti di pubblicazione di "Topolino" passavano da Mondadori alla Disney Italia, che introdusse diverse novità, come quella di indicare finalmente i nomi degli autori delle storie. E adesso (corsi e ricorsi storici), poche settimane dopo un altro fascicolo celebrativo, girano voci in rete su un nuovo cambio di editore: la testata starebbe per passare a Panini (che, fra l'altro, ha già assorbito qualche anno fa la Marvel Italia; se si pensa che negli Stati Uniti i diritti Marvel sono stati acquistati proprio dalla Disney, ecco che la cosa assume un preciso significato, quello di unificare anche da noi la produzione dei fumetti sotto una sola struttura). La notizia non è stata confermata ed è tutta da verificare (potrebbe trattarsi di una bufala internettiana), ma se fosse vera si tratterebbe del terzo cambio di editore del Topo nel nostro paese, dopo il primo "storico" passaggio di testimone fra Nerbini e Mondadori nel lontano 1935 (allora si parlava del "Topolino" giornale).

giovedì 18 aprile 2013

Rompere il quarto muro

Una bella compilation di scene di film in cui i protagonisti guardano o si rivolgono direttamente al pubblico, rompendo il quarto muro. Si passa da Mel Brooks a Bergman, da Woody Allen ai fratelli Marx, da Kubrick a Haneke, da Godard ai Monty Python... Il primo e più famoso esempio, naturalmente, è "The Great Train Robbery" del 1903! Un grazie ad Adriano per la segnalazione.